Giuseppe Conte tra campagna elettorale e disinformazione

In Politica by Roberto Cristiano

Giuseppe Conte torna a rivendicare la paternità del reddito di cittadinanza: «È una misura di protezione. Sarebbe folle abrogare una misura che serve all’inclusione sociale e a offrire una protezione a persone in assoluta povertà». L’ex premier dimentica che a suo tempo i 5Stelle e lui stesso lo presentarono anche come una misura a sostegno dell’occupazione. Un flop, sotto questo punto di vista, un po’ meno come elemosina di Stato.

Conte rivendica poi  la proroga, contenuta nel Nadef approvato dal Cdm, del Superbonus del 110 per cento edilizia, come la proroga del pacchetto di transizione 4.0 e del fondo di garanzia per le piccole e medie imprese: «Sono tre misure targate M5S  che sono state utilissime durante la pandemia e saranno utilissime durante la ripartenza».

Nel botta e risposta con i giornalisti a margine della manifestazione elettorale di Pordenone, Conte ha dovuto fronteggiare anche le domande dei circa i suoi rapporti con l’avvocato Luca Di Donna, finito nel mirino dell’antiriciclaggio e che secondo alcuni quotidiani avrebbe collaborato alla stesura del nuovo statuto M5S e alla creazione della futura scuola di formazione grillina. Tutto infondato, secondo l‘ex-premier: «Assolutamente no, mai – risponde -. Non l’ho mai coinvolto in nessuna forma e in nessun modo».

Conte poi punta su Matteo Salvini già in difficoltà per la vicenda Morisi e per l’intervista di Giorgetti alla Stampa: «La Lega ha il dovere morale di prendere posizioni chiare e mandare messaggi univoci ai suoi elettori e al Paese, altrimenti la campagna vaccinale non la completi. La completi solo convincendo le persone a sottoporsi al vaccino. Nei luoghi di lavoro – ha proseguito – il Green pass diventa uno strumento opportuno e necessario per poter lavorare in sicurezza».

Peccato che il green pass è considerato  inutile da uno studio sul campo dell’Istituto Spallanzani. Il paradosso è che la ricerca è stata finanziata dal ministero della Salute. La Verità informa   del contenuto dello studio pubblicato pochi giorni fa dal titolo:  Caratterizzazione virologica e sierologica delle infezioni da Sars-Cov-2 diagnosticate dopo la vaccinazione con mRna Bnt162b2, ovvero Comirnaty di Pfizer-Biontech. Lo hanno realizzato gli studiosi Francesca Colavita, Silvia Meschi, Cesare Ernesto Maria Gruber e altri 19 tra biologi e virologi dell’Istituto nazionale per le malattie infettive Lazzaro Spallanzani di Roma. Ne è coautore Giuseppe Ippolito, già direttore scientifico dello Spallanzani. Ma che dal primo settembre è il nuovo direttore generale della ricerca e dell’innovazione in sanità del ministero della Salute.

Lo studio dello Spallanzani confuta l’efficacia del green pass

Leggiamo quanto accertato: «I nostri dati mostrano che gli individui vaccinati che si infettano dopo la vaccinazione, sebbene rappresentino una piccola percentuale della popolazione vaccinata (0,3% nel nostro contesto), possono portare elevate cariche virali nel tratto respiratorio superiore, anche se infettati molto tempo dopo la seconda dose; cioè quando avrebbe dovuto essere sviluppata l’immunità correlata al vaccino». Per la prima volta, poi, si legge nell’articolo di Patrizia Floder Retter: «abbiamo dimostrato per la prima volta che il virus infettivo può essere coltivato da Nps (tamponi nasofaringei) raccolti da individui vaccinati sia asintomatici che sintomatici; suggerendo che potrebbero essere in grado di trasmettere l’infezione a persone suscettibili e potenzialmente far parte delle catene di trasmissione».

Lo studio è il risultato di una ricerca su 94 infezioni (47,9% sintomatiche, 52,1% asintomatiche), avvenute nel Lazio nel primo trimestre 2021; dopo la prima o la seconda dose di vaccino Pfizer. Insomma, che l’accanimento sul green pass del governo non sia realistico per la sconfitta del virus è evidente. come è evidente anche il paradosso, la contraddizione interna:  è stato il ministero della Salute paladino della certificazione verde a finanziare lo studio dello Spallanzani.

Lo studio sfata la mitologia che si sta creando. La certificazione verde è un lasciapassare per vivere, lavorare e studiare, ma non tutela affatto dal rischio di  infettarsi e infettare.