Accompagnarono il feretro di un sodale mafioso con le moto passando sotto al carcere
Accompagnarono con le loro moto, partendo dal quartiere “Japigia” fino al cimitero, passando sotto la mura della casa circondariale barese il feretro di un loro amico, bloccando il traffico e per questo sono stati condannati complessivamente a diciotto anni di reclusione. Un gesto di riverenza costato molto caro a nove centauri baresi. Per gli inquirenti che esclusero, dopo aver espletato accurate indagini che il giovane deceduto fosse caduto dopo essere stato speronato da un’auto delle forze dell’ordine durante un inseguimento. Venne accertato, dalle indagini, che il 27enne perse autonomamente il controllo della sua moto sulla quale viaggiava schiantandosi mortalmente al suolo sul ponte Padre Pio. Caduta che, in seguito alla gravissime e numero ferite riportate causarono la sua morte. Il funerale con quel comportamento dei suoi amici motociclisti si era svolto in stile “Gomorra”, quasi a voler testimoniare un aspetto del lutto legato al mondo della criminalità mafiosa barese. Il Gup, il giudice delle udienze preliminari del Tribunale di Bari, Gabriella Pede ha condannato, ieri, nove dei dieci imputati, assolvendone uno accusati di aver ostentato “una condotta idonea ad esercitare” sugli altri “quella particolare coartazione e conseguente intimidazione propria delle compagini mafiose”, e “in particolare del clan <<Parisi-Palermiti>> predominante nel quartiere Japigia di Bari”, come si legge nel capo d’imputazione. Alla sbarra erano finite dieci persone con l’accusa di blocco stradale che, il 24 giugno 2023 durante il corteo funebre partito dal quartiere di residenza del defunto svoltosi a Bari per la sepoltura del 27enne Christian Di Gioia, morto due giorni prima a causa di un incidente stradale, avevano scortato con le proprie moto il feretro fino al cimitero cittadino, percorrendo alcune strade, anche, contromano sotto il carcere di Bari. Quel corteo funebre paralizzo, in diverse zone della città, per diversi minuti il traffico automobilistico. In questo processo il pubblico ministero Fabio Buquicchio, che ha coordinato le indagini condotte dagli uomini della squadra mobile della questura di Bari, agli ordini del dirigente Filippo Portoghese, aveva chiesto la condanna per nove imputati e un’assoluzione. La gup non ha riconosciuto l’aggravante del metodo mafioso chiesta dalla Dda, la direzione distrettuale antimafia del capoluogo pugliese, ma ha disposto, anche, un risarcimento in favore del Comune di Bari, che nel procedimento penale si era costituito parte civile con l’avvocato Giuseppe Buquicchio. Degli imputati è stata assolta l’unica donna rinviata a giudizio Carmela Tagliaferro. Mentre, per Cesare Marino, Gaetano Maltarino e Michele Luciani il magistrato ha disposto una pena di due anni e otto mesi di reclusione. Più leggera la pena inflitta a Domenico Lepenne, Michele Mastrorilli, Lorenzo Moretti, Cosimo Damiano Angerame, Nicola Romano e Francesco Anaclerio che si sono visti condannare tutti a un anno e otto mesi di reclusione come da dispositivo della sentenza. Le motivazioni dell’assoluzione della di Carmela Tagliaferro e delle condanne degli altri nove coimputati, con la spiegazione della decisione di non applicare, come chiesto dalla pubblica accusa, l’aggravante del metodo mafioso, verranno depositate entro novanta giorni a partire da ieri. Solo allora gli avvocati difensori dei condannati potranno prendere in considerazione l’ipotesi e valutare si ci possono essere i margini giuridici per proporre appello alla sentenza di condanna di primo grado emessa nella giornata di ieri.
