CulturaSpettacolo

Claudio Domino, una vita spezzata a 11 anni, un involontario testimone

Ci sono storie che non cominciano con uno sparo, ma con un pomeriggio qualunque.
«I pomeriggi di Claudio e della sua combriccola sono fatti di cose semplici: le corse dietro una palla, il nascondino, la bici o un gelato. D’estate come d’inverno, il loro parco giochi è il marciapiede davanti alla cartoleria dei suoi genitori, in via Fattori, a Palermo, tra il cemento dei palazzi tutti uguali del quartiere San Lorenzo, le auto parcheggiate e quelle che sfrecciano per la strada.»

È così che inizia la rappresentazione di “Cronaca a teatro” a Binario 30. Non con la violenza, ma con la normalità. Con l’infanzia. Con l’idea di uno spazio urbano che diventa campo da gioco, confine elastico tra casa e strada, tra protezione e libertà.
La scena è essenziale, quasi spoglia: uno spazio ampio, libero, occupato soltanto da una scrivania con un microfono, taccuini sparsi, una macchina da scrivere arancione. Sul grande telone di fondo appare il primo piano del piccolo Claudio. Di lato, in piedi davanti al suo leggio, Giovanna Cucè. Nessun artificio teatrale, nessuna scenografia invasiva. Solo parole, immagini e silenzi.


È una scelta precisa quella di partire dalla quotidianità per far comprendere l’abisso, perché quando la mafia uccide un bambino, non interrompe soltanto una vita, interrompe un pomeriggio qualunque, una partita a pallone, un gelato promesso e spezza una traiettoria ordinaria, e proprio questa ordinarietà rende tutto più insopportabile.


Nel racconto, la cronaca non è mai fine a se stessa. Non è l’elenco dei fatti a dominare, ma la riflessione sulla loro natura. La mafia qui non appare come un’entità lontana, fatta di summit e latitanze, ma come una presenza capace di insinuarsi dentro la vita minima, dentro il marciapiede sotto casa. Claudio Domino aveva undici anni. Undici anni sono un’età sospesa, abbastanza grandi per muoversi da soli sotto casa, troppo piccoli per immaginare il pericolo.


E allora la domanda si sposta inevitabilmente sui genitori. Che cosa significa affidare il proprio figlio alla normalità del quartiere, a pochi metri dalla cartoleria di famiglia, e scoprire che neppure quello spazio è sicuro? La perdita di un figlio è sempre una frattura contro natura. Ma quando avviene per mano criminale, quando si insinua il sospetto che quel bambino “abbia visto qualcosa”, il dolore si mescola all’incredulità, alla rabbia, a un senso di tradimento collettivo.


La madre di Claudio ha trasformato quel dolore in testimonianza, andando nelle scuole a raccontare non solo la storia di suo figlio, ma quella degli altri 108 bambini uccisi dalla mafia. Centonove infanzie spezzate. È un numero che non può restare statistica. Ognuno di quei bambini aveva un marciapiede, una combriccola, un gelato preferito.

Lo spettacolo insiste anche sulle zone d’ombra, sui collegamenti mai del tutto chiariti, sulle verità avvicinate e poi perdute, come nel caso di Luigi Ilardo, ucciso pochi giorni prima di entrare nel programma di protezione. Ombre che evocano possibili intrecci più ampi, nomi controversi come quello di Giovanni Aiello, ma che soprattutto raccontano una costante italiana: la fatica, quando non l’impossibilità, di arrivare a una verità piena.

Eppure, la forza di questa messinscena sta proprio nel suo inizio. In quell’incipit che parla di biciclette e nascondino. Perché ricordare Claudio attraverso i suoi pomeriggi significa restituirgli ciò che la violenza ha tentato di cancellare: la sua dimensione di bambino.
È così che inizia. E, in fondo, è così che dovrebbe sempre cominciare il racconto di ogni vittima innocente: dalla vita, non dalla morte.

Barbara Lalle