“Torna fra nove mesi”: dentro il silenzio di una madre
Ci sono spettacoli che si analizzano e spettacoli che si attraversano. “Torna fra nove mesi” appartiene decisamente alla seconda categoria: è un’esperienza che non si limita a raccontare il dolore, ma lo lascia respirare in scena, finché diventa quasi impossibile restarne esterni.
Scritto da M. Evelina Buffa Nazzari, interpretato da Evelina Nazzari e Maddalena Recino e diretto da Angelo Libri, questo atto unico prodotto da Zerkalo – in scena dal 18 al 22 febbraio 2026 – affronta la perdita di un figlio per suicidio con una delicatezza che sorprende, perché non cerca mai l’urto frontale con l’emotività dello spettatore, ma lavora per sottrazione.
In scena un grande tavolo con corde, attraversato dalle attrici come se fosse un territorio da esplorare e da temere allo stesso tempo. È un luogo che sembra costringere e insieme proteggere; un oggetto che cambia significato a seconda del gesto che lo attraversa. Le due interpreti entrano ed escono da questo spazio con movimenti che hanno qualcosa di rituale, come se ogni passaggio fosse una soglia.

Accanto a loro, un manichino bianco viene smontato lentamente. Ogni pezzo che si stacca produce un piccolo vuoto, una mancanza visibile. Si ha la sensazione che quel corpo artificiale sia il riflesso di un’identità che si sgretola, di una maternità che, dopo la morte del figlio, non sa più dove collocarsi.
La scrittura non segue un percorso lineare: procede per scarti, per improvvisi ritorni nel passato, per frasi che sembrano nascere direttamente da una ferita ancora aperta. Evelina Nazzari e Maddalena Recino danno voce a due figure che potrebbero essere due donne distinte, ma che talvolta appaiono come due lati della stessa coscienza, sospesa tra lucidità e smarrimento.
Eppure, nonostante la materia incandescente, lo spettacolo non è mai pesante. Non c’è compiacimento nel dolore, non c’è ricerca di lacrima facile. C’è invece una poesia discreta, fatta di silenzi e di sguardi, di costumi in garza bianca che sembrano trattenere la polvere del tempo. Quando arriva il buio finale, resta una sensazione di presenza condivisa: come se, per un’ora, il teatro fosse diventato uno spazio in cui il dolore non viene spiegato, ma semplicemente abitato insieme.
Stefano Dominici
