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ORLANDO, INNAMORARSI DELLA VITA

In scena dal 3 all’8 marzo al Teatro Vascello, Orlando è un’opera sull’omonimo romanzo di Virginia Woolf e sul precedente rapporto epistolario, intenso e a volte conflittuale, pieno di passione e ritrosie, tra lei e Vita Sackville-West, scrittrice anch’essa di indubbio talento, riportato in Scrivi sempre a mezzanotte, Donzelli Editore. Lo spettacolo, compatto e a tratti molto avvincente, è stato adattato e ricostruito per il teatro da Fabrizio Sinisi, drammaturgo profondo, poeta, critico letterario e scrittore molto promettente.

La regia di Andrea De Rosa, essenziale e carica di ritmo, viene esaltata dall’interpretazione, enfatica e un po’ retorica ma ricca di significativi e coinvolgenti picchi emotivi, di Anna Della Rosa, attrice milanese riconosciuta per le sue intense interpretazioni, tra cui quella di Cleopatra, che lo scorso anno ha meritato il Premio Hystrio all’Interpretazione.

Acclamatissima da un pubblico entusiasta, la Della Rosa deve farsi prima portavoce (ahinoi, microfonata) del personaggio maschile seicentesco di Orlando – le cui passioni controverse si fondono e confondono inevitabilmente col sentimento della Woolf verso l’amica e amante Vita – per poi scivolare con crescente curiosità, ma anche con naturalezza e gusto, nelle nuove vesti di una donna, tre secoli dopo. Probabilmente quest’ultima parte è già disegnata e preconizzata nella scelta stilistica di dare sin dall’inizio un abito femminile alla protagonista, più Virginia che Orlando, essere voluttuoso preso dalla febbre della scrittura, che risulta strumento indispensabile, risolutivo, terapeutico per la sua esistenza in quanto riesce a restituirgli consapevolezza per il suo stesso carattere di necessità ed esigenza quasi mistica. In tal senso il nome ‘Vita’, tante volte ripetuto nell’ora di rappresentazione, ha la doppia valenza di invocare l’amante e la ragione d’essere, in una celebrazione costante di un amore che tutto lega e tutto muove, non senza dolore.

De Rosa (stiamo stavolta parlando del regista: i nomi molto simili – anche per acronimo – potrebbero confondere il lettore), direttore della Fondazione TPE – Teatro Piemonte Europache ha prodotto la pièce, non estraneo alle produzioni operistiche, sceglie come colonna sonora la Sinfonia n.6 di Čajkovskij, effettivamente ‘Patetica’ perché foriera di un pathos eccezionale che fomenta e sostiene validamente la giovane e capace interprete.

La scena, opera di Giuseppe Stellato, è essenziale ma memorabile: un tronco di albero secolare con la corteccia che chiama un forte senso tattile e propriamente terreno ma che guida verso un cielo luminoso, al centro di in un prato verdissimo in cui spesso l’attrice salta e corre, liberando corpo e spirito con movenze disinvolte, in un tempo sospeso, definito apparentemente solo dagli scambi epistolari. E le lettere vengono giù da un cielo chiarissimo come abbaglianti foglie, a scandire inesorabili il passaggio di stagioni e passioni che, invece, la memoria e la carta vergata vorrebbero trattenere e fissare per sempre, per sempre godendone.

L’opera, costellata di momenti in cui regna la leggerezza, scende in profondità di grande impatto (“Tutto è morte”) e si risolve nelle parole, laconiche ma che tradiscono un certo adorabile sarcasmo, “Si spalanca il baratro. Non è bello finire così una lettera”. Orlando ha spalancato le porte verso un modo nuovo, rivoluzionario, di intendere l’identità di ciascuno, come un qualcosa di mai definitivo, cui approcciarsi con stupore e delicato rispetto, un canovaccio su cui lavorare e che può restituire, nel tempo, valore alla Vita.

Maria Raffaella Pisanu