QUANDO VERRÀ LA FIN DI VITA (E QUESTA STORIA È GIÀ FINITA?), INTELLIGENTE E PROVOCATORIA RIFLESSIONE SU SENSO E VALORE DELL’ESISTENZA DI STEFANIA PORRINO
Introduzione: conferenza-incontro “La vecchiaia non è una malattia”
Domenica 15 marzo, al Teatro di Documenti, vera chicca tra i teatri romani, a precedere la pomeridiana dello spettacolo Quando verrà la fin di vita (e questa storia è già finita?)di Stefania Porrino, l’autrice ha incontrato Dacia Maraini in un incontro pubblico e gratuito dal titolo La vecchiaia non è una malattia. Un dialogo tra due donne. Ha introdotto il dialogo, con eleganza e maestria, Elisa Fantinel, ufficio stampa della Compagnia del Mutamento presente per l’occasione – in attesa di mettere in scena la replica.
Le due scrittrici si erano già addentrate nel tema della terza età con due pièce: Maraini nel 1981 con Mela, sui conflitti intergenerazionali, Porrino nel 2022 con Il Rondò del Caffè Ristoro, mise en espace che a suo tempo coinvolse la stessa Maraini. Le due in ultima collaborazione hanno contribuito con altre prestigiose scrittrici alla stesura del volume “Amiche. Undici storie di legami e sorellanza”, edito da Il Mulino nel mese di ottobre 2025.
Parlare con leggerezza di vecchiaia e anzianità non è cosa semplice, ora che l’età media è aumentata è anche cambiato il modo di “pensarle”; la Porrino in proposito ha condiviso alcuni bei passi di lirici greci (Teocride, Mimnermo e Saffo) per poi terminare con la citazione di Schopenhauer “La vita è come una stoffa ricamata della quale ciascuno nella propria metà dell’esistenza può osservare il diritto, nella seconda invece il rovescio: quest’ultimo non è così bello, ma più istruttivo, perché ci fa vedere l’intreccio dei fili” . Questo a dimostrazione di come la vita meriti di essere goduta momento per momento, e in tutte le sue stagioni se ne possano assaporare i frutti.
Maraini, prossima a compiere il novantesimo genetliaco ma foriera di un aspetto impeccabile e davvero giovanile, ha constatato che, laddove prima all’anziano veniva riconosciuto uno status sociale di esperienza e saggezza, ora, in piena cultura del consumo, “tutto ciò che non serve si butta via”, concludendo con l’amara considerazione che “siamo troppi” con recriminazione dell’attualissimo problema della sovrappopolazione dilagante. Si è dunque legata a queste affermazioni la riflessione sul non avere figli, condizione comune alle tre donne dialoganti, rappresentanti tre generazioni diverse. La Perrino ha dichiarato che non fosse la sua “spinta”, ed “è venuto così” probabilmente perché non ha trovato una controparte con la quale condividere l’esperienza della maternità, concludendo poi che si è dedicata a una figliolanza intellettuale, quella dei suoi studenti (in quanto docente in pensione, di “figli d’anima”, al modo della Murgia, “ne ho parecchi”, ha affermato compiaciuta) e soprattutto quella dei testi dati al pubblico, eredità di indubbio interesse.

Un velo di malinconia ha offuscato il volto della Maraini, che invece lo avrebbe voluto un figlio ma vide interrotta la sua prima gravidanza al settimo mese (“stavo morendo”) e il responso medico fu nefasto: non ne avrebbe più potuto avere. Anche lei tuttavia ha avallato la considerazione murgiana sui nuovi rapporti di prossimità, basati su creatività, affetto ed empatia e sciolti dal vincolo dei legami di sangue. Non a caso nelle nuove generazioni l’accezione di famiglia è problematica, fatto dovuto sì al consumismo che imperversa ma anche alla crisi del patriarcato. “Manca una nuova idea di famiglia” che vada di pari passo alle nuove istanze generazionali; la percezione del tempo che vola è sempre più caratteristica e presente, e ora sempre più minori hanno seri problemi di ansia. Voler ‘cambiare il mondo’ contempla un’idea del futuro che ha a che fare col personale “rapporto col mondo”, e con la vita stessa. Il futuro va costruito, e per costruirlo “bisogna crederci”. Nei suoi testi, per esempio, un nuovo progetto “comincia con un personaggio che bussa alla porta, e io gli offro un caffè” per poi invitarlo nuovamente e “ospitarlo sempre più spesso”, un po’ come in Pirandello, lavorando questa creatura similmente a come faceva Geppetto col suo Pinocchio.
A proposito del tempo che scorre, la Maraini ha proseguito definendo il libro come “un oggetto di artigianato”, che non si può fare – né pretendere da parte delle produzioni – in un lasso di tempo ristretto come, per esempio, un anno: nuovamente è emerso il disagio nei confronti della cultura consumistica. E il teatro non è da meno: l’esperienza passata non vale più del momento, in cui tutto purtroppo va a velocità, senza tempo per metabolizzare, e capire.
Un buon proposito portato a conclusione è stato quello di “qualità da scambiare tra le generazioni” e dare valore alla complessità di sentimenti e pensieri laddove domini prepotentemente la logica imperante della guerra, che semplifica in modo opportunista e fazioso i rapporti umani.
Sempre a proposito di progetti, la Porrino ha sostenuto la loro importanza fondamentale, ponendo l’accento su quanto prima se ne sentisse fortemente il bisogno, mentre ora questa “urgenza” non c’è più.
Lo spettacolo ‘Quando verrà la fin di vita (e questa storia è già finita?)’, una nuova prospettiva sull’esistenza
La solida e rodata Compagnia del Mutamento, composta da Giulio Farnese, Nunzia Greco, Evelina Nazzari, Rosario Tronnolone e Carla Kaamini Carretti a marzo 2026 ha replicato Quando verrà la fin di vita (e questa storia è già finita?), spettacolo preciso e di piacevole svolgimento scritto e diretto da Stefania Porrino e realizzato in collaborazione con il “Centro Studi Vera Pertossi”.

La vicenda si snoda su due piani: uno terreno, in un casale toscano appena lasciato in eredità dal cugino di uno dei due protagonisti, pensionati e vogliosi di godere degli ultimi anni di vita senza troppi problemi né pensieri; l’altro ultraterreno, spirituale e metateatrale, in cui scrivono, letteralmente, la di loro storia i due esseri di luce che da un piano diverso li osservano e li proteggono. Tra le obiettive difficoltà di una vecchiaia che si è allungata, possibili malattie e numerose paranoie, i due coniugi (Giulio Farnese e Nunzia Greco, perfetti e misurati nei ruoli), ogni tanto sospettano, attraverso e grazie ai loro spiriti guida (Rosario Tronnolone ed Evelina Nazzari, delicati e dolcissimi), di essere presi da “ansie inutili” e paure insensate quanto inevitabili, come le paturnie su chi di loro morirà per primo. Dall’altra dimensione gli ‘autori’ tentano varianti sul loro destino, con tenerezza discutono e cercano accordi, contrattano, ‘spiegano’ i caratteri dei loro alter-ego compiacendosi per aver scritto “una bella storia d’amore”, in cui lei a un certo punto avrebbe voluto diventare madre e lui, carattere forte e dominante della coppia, ha soffocato questo desiderio, comunque non facendole mai mancare vicinanza e supporto.
Accanto a Virgilio e Beatrice si muove Pia (Carla Kaamini Carretti), ambigua figura dal passato complesso e dai repressi desideri di rivalsa sociale, la cui presenza – essenziale allo sviluppo drammaturgico – fa tutt’uno con la casa ereditata, con cupezza e mistero.
A tappe precise – e con evidente amore incondizionato e privo di giudizio – Vir e Bea, questi i nomi delle entità di controllo, programmano idee, suggeriscono frasi e allineano la coppia reale su binari prestabiliti, che in questo modo si muove sulla Terra interpretando le righe di un copione già scritto, con perizia e previsione, per l’esclusivo bene delle due anime incarnate e finalizzato, a lungo termine, a far loro acquisire piena consapevolezza della vita vissuta.

L’eredità ricevuta mette i due a confronto col passato, non senza contrasti coi programmi futuri ed evitando così di affrontare con semplicità e immediatezza uno scomodo presente che porrebbe entrambi in difficoltà. Ma la coscienza immateriale che agisce fuori dal tempo è sempre lì, non può essere evasa. E qui si insinua il gioco metateatrale, che avvia un vero e proprio “giallo nel giallo”.
Sempre più frequentemente, avvicinandosi all’inevitabile epilogo, vi sono riferimenti e indizi precisi sui rapporti tra le due dimensioni in cui si svolge l’atto unico, in un meccanismo di delicatissimi incastri che conducono al colpo di scena finale.
La Porrino, splendida penna e abile regista di questo testo che indaga, tra l’altro, con tenero realismo timori e pensieri viziati della terza età restituendo al pubblico dialoghi puliti e precisi, con punte di comicità e indubbia poesia, ha voluto “lanciare al pubblico alcuni quesiti su cui interrogarsi: che legame c’è tra le due coppie di personaggi? Tra Virgilio e Vir o tra Beatrice e Bea chi è il vero protagonista della sua storia? E in generale: ciascuno di noi è davvero padrone della sua vita? E può esistere un’altra modalità di vita, oltre quella che conosciamo?”
Il suggestivo e insolito spazio del Teatro di Documenti (creato dal genio di Luciano Damiani, scenografo rivoluzionario e visionario, nel 1981) incornicia preziosamente questo affascinante testo per la sua conformazione unica, la quale consente di immaginare una casa a due piani, con uno ‘infero’ da cui provengono gli elementi inquietanti della storia.
Le luci (col blu il bianco e il rosso dominanti), i quadri in scena (opera della pittrice Màlgari Onnis), uniti alla rielaborazione musicale di celebri arie di Bach e Verdi (firmata da Tancredi Rossi Porrino), contribuiscono a rappresentare un’atmosfera sospesa e a volte inquieta, contrassegnata scenograficamente da tante scatole prevalentemente rosse e da numerosi libri, che costituiscono preziosi sentieri, solidi paracadute e sottile ispirazione per i protagonisti. I costumi – come i drappi delle panche in scena – sono semplici ma efficaci perché si avvalgono di colori non casuali, il bianco (ovviamente per il piano eterico) il rosso dei protagonisti e il nero dell’antagonista a evocare le fasi alchemiche di nigredo, rubedo e albedo necessarie allo sviluppo animico, colori volti a rappresentare in un certo senso lo status evolutivo dei personaggi. Ci piace allora pensare che ‘Virgilio’ e ‘Beatrice’ non siano nomi casuali, ma che vogliano far riferimento a un preciso percorso spirituale, individuando e rappresentando con profondo valore escatologico preziose guide per la redenzione di un Dante tanto apparentemente assente quanto lasciato all’immaginario, che solo alla fine si incarna e palesa in Pia, il cui destino di rea confessa vorremmo, da spettatori speranzosi in un futuro migliore, fosse scritto nel suo nome.
Maria Raffaella Pisanu
