Cultura

DENTRO LE VOCI DELLA FOLLIA NELL’HAMLET DI MANNIASDentro le voci della follia: l’Hamlet in purple di Valentino Mannias

Cosa resta del teatro quando tutto sembra essersi svuotato? Quando la parola pubblica perde peso, quando l’ascolto si assottiglia e gli spazi collettivi diventano sempre più fragili? È da questa frattura che nasce Hamlet in purple, il lavoro firmato da Valentino Mannias, Premio Ubu 2024, andato in scena dal 19 al 21 marzo all’Angelo Mai.

Più che una riscrittura dell’Amleto di William Shakespeare, lo spettacolo si configura come un’indagine radicale sul senso stesso del teatro oggi. Mannias firma traduzione, regia e drammaturgia, scegliendo di restituire il testo in endecasillabi: una scelta che non è solo formale, ma profondamente politica, perché restituisce alla parola shakespeariana una tensione ritmica capace di farsi pensiero vivo, corpo sonoro, materia scenica.

In scena, con una marionetta, cinque burattini e una scenografia essenziale, prende forma un dispositivo teatrale complesso ma sorprendentemente accessibile. Il teatro di figura, lungi dall’essere un semplice elemento estetico, diventa qui struttura portante: marionette e burattini abitano uno spazio ambiguo, sospeso tra vita e morte, tra presenza e assenza, restituendo al gesto scenico una qualità rituale che mette in crisi l’idea stessa di identità.

L’Amleto di Mannias è, prima di tutto, una metafora dell’attore contemporaneo. Una figura che si muove tra dovere e desiderio, tra rappresentazione e verità, chiamata a parlare dentro un sistema che sembra non avere più ascolto. In questo senso, la celebre domanda shakespeariana si trasforma: non più “essere o non essere”, ma cosa può ancora essere il teatro.

La risposta non arriva in forma lineare, ma attraversa registri diversi. Lo spettacolo sorprende proprio per la sua capacità di oscillare continuamente: a tratti comico — soprattutto nei momenti legati ai personaggi di Rosencrantz e Guildenstern —, altrove profondamente poetico e tragico, in particolare nel rapporto archetipico tra padre e figlio. È un equilibrio delicato, che Mannias affronta con coraggio, muovendosi tra salti emotivi anche estremi, veri e propri “voli pindarici” che però non risultano mai gratuiti, ma parte integrante di una costruzione coerente e potente.

Determinante, in questo equilibrio, è la dimensione sonora. La musica dal vivo, composta e eseguita da Luca Spanu, non accompagna semplicemente la scena, ma la attraversa come un vero e proprio “attore invisibile”. Interroga la parola, la amplifica, talvolta la contraddice, costruendo una partitura emotiva che agisce in profondità, sotto la soglia del linguaggio. A questo si aggiungono le interpretazioni vocali di Emanuela Orrù e Federica Orrù, che contribuiscono a creare un tessuto sonoro capace di dialogare direttamente con la sensibilità dello spettatore.

Anche l’impianto visivo gioca un ruolo fondamentale. Le luci di Andrea Gallo costruiscono atmosfere sospese, a tratti spettrali, che amplificano la dimensione rituale dello spettacolo e accompagnano il pubblico in un’esperienza quasi liminale.

Il colore viola, che dà il titolo al lavoro, diventa qui un vero e proprio dispositivo simbolico. Colore del lutto e della trasformazione, il viola esiste solo nella percezione umana — esattamente come il teatro. La richiesta rivolta al pubblico di indossarlo non è un vezzo estetico, ma un gesto partecipativo: un invito a prendere parte a un funerale collettivo, necessario affinché il teatro possa morire e rinascere. Non come intrattenimento, ma come spazio vivo di comunità e pensiero.

Ed è proprio nel finale che lo spettacolo raggiunge uno dei suoi momenti più intensi. Una chiusura capace di evocare una sorta di costellazione familiare, o forse una psico-magia di ascendenza jodorowskyana, in cui lo spettatore è chiamato a ricomporre un senso, a chiudere un cerchio. Non c’è una risposta univoca, ma una sensazione precisa: si esce da questo Hamlet in purple attraversati, interrogati, in qualche modo trasformati.

In un tempo in cui tutto sembra spingere verso la superficialità e la dispersione, il lavoro di Valentino Mannias si impone come un atto necessario. Un gesto di lutto e insieme di resistenza, che prova a restituire al teatro la sua funzione più profonda: quella di essere uno spazio fragile, ma indispensabile, in cui una comunità possa ancora riconoscersi e interrogarsi.

Forse, per rinascere, il teatro deve davvero attraversare la propria fine.

Andrea Di Cosimo