Infinita: la poesia del corpo di Familie Flöz
La compagnia berlinese Familie Flöz ha portato in scena, l’11 e il 12 aprile, al teatro Brancaccio di Roma Infinita, uno spettacolo già rodato e ben funzionante che conferma la straordinaria abilità di questi artisti.
Lo spettacolo pur risultando molto godibile appare a tratti meno incisivo rispetto ad altre produzioni più innovative della compagnia, dove una struttura narrativa più compatta era capace di sostenere con maggiore forza l’intera performance.
Per chi non conoscesse il lavoro di Familie Flöz, siamo di fronte a un linguaggio scenico estremamente riconoscibile: gli attori indossano una maschera facciale integrale, l’assenza di parola è totale e in scena prende vita una forma espressiva che fonde mimo, teatro fisico, arti circensi acrobatiche, clownerie e teatro d’ombre. È proprio questa la cifra distintiva della compagnia: la capacità straordinaria di comunicare attraverso la poesia del corpo, rinunciando sia alla parola sia alla mimica facciale. Un teatro “antelinguistico”, come lo definiscono gli stessi artisti, che affonda le radici in un’espressività primordiale, essenziale e al tempo stesso profondamente evocativa.
Il cuore tematico di Infinita ruota attorno al contrasto tra due gruppi: quattro bambini alle prese con la scoperta del mondo e quattro anziani ospiti di una casa di riposo. Due età estreme della vita che si rispecchiano e si contrappongono, tra slanci vitali e inevitabili malinconie. A sostenere la narrazione intervengono proiezioni in bianco e nero delle sagome degli attori, utilizzate anche per la transizione tra le diverse sequenze di recitazione, come elemento funzionale al cambio di scenografia. Se da un lato le illustrazioni visive contribuiscono a costruire un immaginario coerente ed efficace a supporto del racconto in alcuni momenti rischiano tuttavia di appesantire il ritmo.
In scena, Björn Leese, Benjamin Reber, Hajo Schüler e Michael Vogel si muovono con estrema padronanza della tecnica corporea e la sincronizzazione reciproca è perfetta, rendendo evidente sia la professionalità di tutti i protagonisti sia il relativo affiatamento. Lo spettacolo si costruisce sull’alternanza tra le scene dei bambini e quelle degli anziani, oscillando tra momenti di tenerezza, malinconia e una comicità mai troppo esplicita, ma capace di accendersi improvvisamente.
Tra i momenti più riusciti spicca la scena in cui gli anziani tentano di sintonizzare l’antenna di una vecchia radio portatile: un piccolo gioiello di precisione, in cui gesto e suono si fondono perfettamente. L’antenna si trasforma in bacchetta da direttore d’orchestra, i bastoni in strumenti di percussione, dando vita a una sequenza di grande inventiva e insieme di rigore tecnico. Se questa scena conquista soprattutto il pubblico adulto, quella del pallone che rimbalza tra palco e platea coinvolge immediatamente i più giovani, nella sua semplicità, senza però escludere gli spettatori più maturi, creando un momento di gioco condiviso immediato e spontaneo.
Da segnalare anche i momenti musicali dal vivo: dal brano iniziale suonato al violoncello alle frequenti incursioni al pianoforte, che introducono di tanto in tanto variazioni ritmiche divertenti subito ricondotte dall’ospite più malmostoso dell’ospizio alla malinconica linea dominante, quasi a sottolineare l’impossibilità di sfuggire al tempo che passa.
Infinita è, in definitiva, uno spettacolo impeccabile da un punto di vista tecnico, che diverte e coinvolge pubblici diversi. Se la macchina scenica funziona con precisione millimetrica, mettendo in luce la maestria di Familie Flöz, sembra tuttavia non riuscire a sfruttare fino in fondo il potenziale straordinario di una compagnia che, in altre occasioni, ha saputo sorprendere con maggiore ritmo e forza innovativa.
Laura Trinci
