FALSTAFF – L’arte di farla franca, il valzer delle menzogne e quando la lingua è l’unica maschera per non morire
Sono le 21:00 di martedì 5 maggio 2026 e mi trovo nel cuore di Roma per assistere alla prima nazionale di uno spettacolo che promette scintille e infatti il teatro è pieno e l’energia del pubblico si sente tutta ancora prima che si alzi il sipario. Il Teatro Quirino in via delle Vergini è un luogo che accoglie tutti con un’eleganza storica e rende l’atmosfera magica. L’inizio è folgorante e si apre con uno show frizzante che cattura subito l’attenzione e mette in chiaro il ritmo della serata e mi accorgo di essere davanti a un progetto solido e curato che resterà in scena fino al 17 maggio.
C’è un momento preciso nel silenzio della platea in cui i confini tra il Bardo di Avon e il genio di Molière si fanno labili e lasciano spazio a una creatura teatrale nuova e profondamente umana. In questa versione curata da Davide Sacco assistiamo a un esperimento affascinante dove due pilastri della scena mondiale si mescolano e danno vita a un unico individuo. È il ritratto di un uomo che trasforma il linguaggio in un labirinto di inganni e fascino e si illude che la sua parlantina possa evitargli all’infinito di fare i conti con la realtà e con l’effetto dei suoi raggiri.
Per capire l’immensità di questa fusione bisogna pensare che il Falstaff di Shakespeare nasce nel tardo Cinquecento come un cavaliere che rigetta l’onore militare preferendo il vino e la vita e mentre il Don Giovanni di Molière debutta nel 1665 come un nobile ateo che sfida le leggi divine e sociali con la pura logica del piacere. Se storicamente il primo rappresenta la pancia dell’Inghilterra elisabettiana e il secondo l’intelletto ribelle della Francia del Re Sole qui si uniscono nel comune destino di chi vive di seduzione e menzogna convinto di poter scappare per sempre dalle conseguenze delle proprie azioni.
A livello filosofico la pièce scava nel concetto di nichilismo vitale e Falstaff non crede in nulla se non nel presente e trasforma la sua esistenza in una fuga perenne dalle responsabilità. È l’uomo che rifiuta le etichette morali per abbracciare una libertà estrema e quasi disperata dove l’unico valore è la capacità di restare in piedi mentre tutto il resto sembra crollare. Se Don Giovanni sfida la divinità con la fredda ragione questo Falstaff la ignora attraverso i bisogni della carne e eleva l’inganno a una vera e propria forma d’arte per sconfiggere il senso di vuoto.
Entro nel vivo della rappresentazione e resto colpita dalla scenografia. Si tratta di un poliedro geniale e girevole che domina il palco e spezza le scene con un dinamismo incredibile. Questo dispositivo non è solo un abbellimento ma un vero motore dell’azione che ruota e trasforma lo spazio sotto i miei occhi e rende il racconto fluido e visivamente ipnotico. Un plauso va agli effetti di luce di Luigi Della Monica che lavorano in simbiosi con il sipario e la luce gioca con il tessuto e crea trasparenze che svelano o nascondono la struttura metallica retrostante e trasforma il sipario stesso in una maschera fragile che cade per mostrare la verità nuda della scena.

I personaggi che ruotano attorno a Falstaff sono delineati con precisione e Giorgio Borghetti interpreta il Barbone che diventa poi il Commendatore e porta in scena quella coscienza inquietante che arriva dal mito di Don Giovanni e rappresenta il conto finale da pagare. Matteo Mauriello veste i panni di Pistol mentre Cristiano Dessì e Ivan Olivieri si sdoppiano abilmente tra i ruoli di Nym e del Creditore e quelli dei due Mariti. In questa versione queste figure maschili sono specchi delle debolezze umane e tra scommesse ciniche sulla fedeltà delle mogli e ossessioni per il denaro finiscono per stringere d’assedio il protagonista in un gioco di ruoli dove nessuno è davvero innocente.

Le figure femminili sono il cuore lucido della vicenda e Margaret ovvero Claudia Ferri e Alice interpretata da Marika De Chiara riprendono i nomi storici delle allegre comari. Sono donne intelligenti e smaliziate e non si lasciano incantare dalle chiacchiere di Falstaff e sono loro a decretare la sua fine attraverso l’arma del ridicolo e dimostrano che la vanità è il punto più debole di ogni manipolatore.

Emilio Solfrizzi carica su questa struttura tutta la sua energia e la sua prova attoriale è un tour de force che regala a Falstaff una sfumatura di malinconia rara. Non si limita a farmi ridere e mi costringe a guardare nell’abisso di un uomo che usa la battuta pronta per non sentire il peso degli anni. Esco dal Quirino con la sensazione di aver visto uno spettacolo intenso che parla della nostra illusione di essere immortali e questa versione di Falstaff mi convince perché non giudica il protagonista ma lo osserva mentre cade con quella spavalderia che appartiene un po’ a tutti noi quando cerchiamo di farla franca con la vita.

Valentina Nasso
