Spettacolo

“Il portaborse”, anticipo – non casuale – della rivoluzione di Mani Pulite.

Ritorna in questo inizio d’estate anzitempo, la rassegna cinematografica Schermi di piombo, nella cornice dell’Eur Social Park, dal 9 giugno al 21 luglio 2026.

Quest’anno il sottotitolo è “Ombre e Poteri” e ci condurrà nel decennio tra gli anni ‘90 e i 2000 che hanno costituito i prodromi della società attuale, con una carrellata di film nei quali sarà possibile ricostruire come si sono ridefinite le dinamiche del potere politico ed economico a seguito delle indagini sulla corruzione, oltre all’avvento della globalizzazione ed al consolidamento dell’Unione europea con l’entrata in vigore del Trattato di Maastricht e l’introduzione dell’euro.

Tutto ciò ha influito sulla coscienza collettiva: ecco l’importanza di progetti come questa rassegna, per risvegliare la memoria comune e avvicinare i giovani alla storia recente del nostro Paese. “Perché ricordare è il primo passo per non dimenticare” si legge nella presentazione della manifestazione. Ogni film è l’occasione per un dibattito con ospiti d’eccezione: giornalisti, attori, registi, saggisti, magistrati e testimoni diretti dei fatti raccontati.

Martedì 16 giugno è stato riproposto “Il Portaborse”, film diretto da Daniele Lucchetti nel 1991, prodotto ed interpretato da un magistrale Nanni Moretti, perfetto nel ruolo del ministro della Partecipazioni Statali Botero. Seppure sia una sceneggiatura originale, letta a posteriori l’opera si rivela profetica dell’inizio dell’inchiesta Mani Pulite, che fu avviata qualche mese dopo dal pool di magistrati di Milano partendo da un filone d’indagine sui finanziamenti illeciti ai partiti e finendo col travolgere l’intero sistema politico, mettendo fine alla cosiddetta Prima Repubblica.

Il dibattito iniziale è stato introdotto da Leonardo Scuderi, general manager e art director di Eur Social Park e della rassegna, che ha presentato gli ospiti di grande spessore della serata, il giornalista Sigrido Ranucci, l’on. Roberto Morassut e la giornalista Alda D’Eusanio. Ha quindi passato la palla alla moderatrice dell’incontro e curatrice della rassegna, la scrittrice Angela Camuso. Il film presentato offriva notevoli spunti di riflessione attualissimi.

Sigfrido Ranucci, giornalista alla perenne ricerca della verità anche se scomoda, rischiando in prima persona da anni, ha recentemente scritto, di getto in pochi giorni e notti, “Il ritorno della Casta”, per concretizzare l’esigenza di chiarire i retroscena del recente referendum sulla riforma della magistratura. Mettere le mani sulla magistratura è la manifestazione di un piano eversivo che risale al dopo tangentopoli, agli albori della seconda Repubblica, che oggi sta assumendo forme sempre più minacciose in Italia ma non solo, poiché si tratta di un fenomeno che si inserisce nell’inquietante disegno di scrivere un nuovo ordine mondiale, modificando l’essenza stessa della democrazia. 

Collegando vicende apparentemente lontane tra loro, Ranucci rivela le ipocrisie di quello che è considerato un vero assalto ad uno dei tre poteri dello Stato. Necessario quindi per il giornalista ribadire che l’indipendenza dei giudici non è un privilegio, ma lo scudo che impedisce al potere politico di farsi una propria legge, sfuggendo alle norme comuni. In questo senso le riforme della giustizia che si sono succedute, ultima la “Cartabia” ancora non completamente attuata, nonché le leggi che hanno derubricato alcuni reati, rischiano di creare nuove impunità che ripropongono la questione della Casta, in forme potenzialmente più aggressive per i cittadini.

Negli interventi di Alda D’Eusanioggiornalista, conduttrice televisiva e opinionista spesso al centro di polemiche, ritroviamo lo spirito degli anni ‘80: senza ipocrisia la D’Eusanio non nasconde le sue simpatie per molti politici dell’epoca che ha vissuto e del mondo che ha frequentato, mentre non lesina critiche a quanto ha fatto seguito a quella fase storica. Ha inoltre ricordato come nel periodo più caldo dell’inchiesta Mani Pulite, il “popolo” abbia inveito crudelmente verso gli indagati, e sia sceso in piazza, mentre ora è tiepido verso situazioni più gravi e pericolose.

Va osservato, per dovere di cronaca, che la conduttrice del dibattito non era in serata: oltre ad aver sbagliato il cognome dell’on. Morassut ogniqualvolta l’ha pronunciato (tanto che alla fine anche la D’Eusanio ha commesso lo stesso errore), anziché rivolgere domande di approfondimento agli ospiti di grande spessore che aveva a disposizione, si è lasciata andare ad esternazioni personali ridondanti e poco adeguate.

Alla conclusione dell’incontro il direttore Scuderi ha ritenuto quindi di prendere le distanze da alcune affermazioni e ha rimarcato il carattere essenzialmente neutrale richiesto al moderatore di un dibattito. Il pubblico ha partecipato con applausi e dissenso a questo come ad altri momenti dell’incontro, realizzando lo scopo della manifestazione di essere luogo di scambio fruttuoso di opinioni e non solo rassegna cinematografica estiva.

L’on. Morassut non ha replicato alle provocazioni della Camuso sulla corruzione e su alcuni magistrati, ma ha precisato che le accuse troppo generalizzate non aiutano la comprensione delle questioni e che bisogna riconoscere a chi è stato vittima di inchieste giudiziarie e giornalistiche rivelatesi poi infondate, il duro prezzo pagato in termini di onorabilità oltre che nella vita privata.

Si è soffermato su questi concetti di responsabilità individuale nella società al fine di evidenziare la complessità di tutti i ruoli, che vanno svolti con onestà anche intellettuale. Il sistema della corruttela funzionava e funziona anche oggi, aggiornato ai sistemi contemporanei sia economici che di comunicazione. Ma il do ut des resta lo stesso leitmotiv. Sia Ranucci che Morassut hanno ribadito l’importanza delle funzioni ricoperte da magistrati e giornalisti a tutela della democrazia per il bene di tutti, nonché l’alto prezzo pagato in vite umane da entrambe le categorie proprio per lo svolgimento di questo genere di servizi alla cittadinanza. 

A seguire c’è stata la proiezione del film che, visto oggi, rivela la sua età dal punto di vista dell’immagine e della tecnica, ma conserva intatta la forza della satira politica amara espressa dalle grandi interpretazioni di Silvio Orlando, di Nanni Moretti e di Giulio Brogi. Silvio Orlando/Luciano Sandulli, professore innamorato della cultura e del suo lavoro, si arrabatta economicamente e sentimentalmente, amando una collega che insegna a centinaia di km di distanza, senza la possibilità di fare progetti concreti.

Allora per arrotondare scrive a pagamento, un gostwriter in piena regola, ignaro di essere conosciuto in ambienti che non frequenta, come la politica, in cui si trova catapultato. Il ministro Botero in persona lo vuole nel suo staff per aiutarlo a redigere discorsi e posizioni da dibattere in parlamento e durante le conferenze stampa, poiché non è così abile a veicolare le sue idee con le parole più giuste. Nanni Moretti/Cesare Botero è freddo e calcolatore, usa gli altri per raggiungere gli scopi che si prefigge senza troppi scrupoli. Poi, a suo piacere, dispensa favori e regali per tenersi le persone e rinsaldare i rapporti, ma sempre nell’ottica del do ut des. Il professore è incuriosito e tentato da questa realtà così diversa da come poteva immaginarla da semplice cittadino.

La politica si fa negli incontri informali al ristorante, non nelle sedi di partito, si cuciono accordi come tele bianche in cui tutto può succedere, perché la strategia è frutto della mente del Ministro e gli altri sono semplici esecutori. Infine Giulio Brogi/Francesco Sanna, giornalista d’inchiesta che segue da tempo Botero convinto che dietro la facciata dorata si nascondano giochi di potere ai danni dei cittadini e dello Stato.

Se possiamo leggere qualche ingenuità nel film rivedendolo ora, è perché dal 1991 ad oggi abbiamo visto di tutto e ormai la nostra capacità di indignarci si scatena raramente, attualmente per i misteriosi files Epstein che celano intrighi di denaro, sesso e potere esecrabili perché compiuti su minori nonché per l’enormità della rete internazionale creata dal finanziere. Ancora una volta bisogna affermare che la democrazia è un bene fragile che va difeso ogni giorno da attacchi che si fanno sempre più subdoli e minacciosi della nostra libertà.

Come nel film, c’è bisogno di qualcuno che dica basta e sollevi la reazione pubblica. Probabilmente l’idea della sceneggiatura non fu casuale: il sistema della corruzione era in qualche modo arrivato ad un punto limite, anche perché il mondo stava cambiando con il crollo del blocco sovietico e la prima guerra del Golfo e l’Italia faticava a stare a galla economicamente. La storia narrata contribuì a farci aprire gli occhi sul sistema di potere che stava dietro anche alle semplici “raccomandazioni” di cui tutti sapevamo l’esistenza. Anche oggi, se ci guardiamo consapevolmente intorno, possiamo leggere i segnali di pericolo che arrivano dalla commistione fra industria tecnologica, potere economico e potere politico. Il “nuovo ordine mondiale” di cui ha fatto cenno Ranucci, potrebbe proprio usare forme più ambigue per renderci schiavi, dandoci in cambio giocattoli tecnologici per ingannare le nostre coscienze.

Anche una serata con cinema e dibattito quindi, se il film appartiene alla tradizione cinematografica capace di indagare le dinamiche del potere, della società e della criminalità, può aiutarci ad uscire dall’isolamento dell’individualismo e a ritrovare nella discussione e nello scambio di idee fra cittadini un aiuto per questi tempi complessi che stiamo vivendo.