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Cassazione: Legittimo licenziare dipendente che insulta il suo capo

E’ legittimo il licenziamento di un dipendente che insulta il capo davanti ad un collega. Il cambio di rotta, rispetto al passato, arriva dalla Cassazione che con una sentenza mette fine ad una vicenda di una donna di Acireale che ha utilizzato parole ingiuriose nei confronti di un suo superiore e per questo era stata licenziata per giusta causa. La Suprema Corte ha sposato le conclusioni dei giudici della Corte d’Appello di Catania che avevano etichettato di “notevole gravità” le condotte della dipendente che si era rivolta al suo superiore utilizzando “un epiteto volgare, in un contesto di dissenso rispetto ad una direttiva impartita, ritenendo tale espressione indice di insubordinazione”. Questo insulto avvenne alla presenza di una collega dimostrando così “un atteggiamento di sfida e disprezzo verso l’autorità”. Dunque il capo che ha per questo motivo licenziato la dipendente non può essere punito e la dipendente non deve essere obbligatoriamente reintegrato a lavoro.

La vicenda risale al 2018 quando la lavoratrice aveva impugnato il provvedimento davanti al Tribunale di Catania, che nel 2020 le aveva dato ragione, giudicando sproporzionata la sanzione e disponendo il reintegro ed il pagamento di dodici mensilità di indennità. Una decisione confermata anche in sede di opposizione. Ma in Appello cambia totalmente il quadro ‘giuridico’. Nel 2023 la Corte d’Appello di Catania ha ribaltato completamente l’esito, riconoscendo che la condotta integrava sia l’ipotesi contrattuale di “litigi di particolare gravità, ingiurie, risse sul luogo di lavoro” sia quella di “grave insubordinazione” previste dal CCNL di settore. Quindi per i giudici di secondo grado, l’episodio aveva carattere di “notevole gravità”, aggravato dal fatto che fosse avvenuto in presenza di terzi e accompagnato dal rifiuto di adempiere. Principio fatto proprio dalla Cassazione che ha quindi confermato quanto ‘scritto’ dai giudici di secondo grado del Tribunale di Catania.