Politica

Ddl Zan e ‘Il regime del gender’

La prima settimana di agosto segna la fine dei lavori parlamentari in Senato e alla Camera; quindi la discussione sugli emendamenti presentati al ddl Zan slitta a settembre. I lavori in Parlamento riprenderanno lunedì 6, ma non è possibile anticipare quando sarà calendarizzato il testo.

 Non possiamo saperlo, ma è certo che in questo modo il ddl Zan rischia di accavallarsi con le elezioni amministrative di autunno, assumendo le vesti di una “bandiera da sventolare” funzionale alla propaganda politica.

Il testo del disegno di legge  potrebbe essere nuovamente messo da parte per favorire l’approvazione dalla riforme della Giustizia e dalla legge delega per la riforma Fiscale, anch’esse slittate a dopo l’estate.

”Il regime del gender” di Francesco Borgonovo, con la prefazione di Maurizio Belpietro, è in questi giorni in edicola con La Verità e Panorama e affronta, a tutto tondo, il tema della dittatura del politicamente corretto che si sta cercando di affermare, ormai, anche attraverso l’ideologia arcobaleno. 

 ‘Il ddl Zan è solo la prima delle prove che ci attendono perché queste tematiche legate al gender e all’identità sessuale sono destinate a crescere. Il ddl Zan, anzi, è la punta dell’iceberg perché queste tematiche le ritroviamo ovunque: in tv, nei libri ecc. Sono temi onnipresenti». Se guardiamo le cose che sono successe negli ultimi due anni: da J.K Rowling alle ultime polemiche sulle olimpiadi, sull’ inserimento dell’atleta trans nel sollevamento pesi. Adesso se ne parla di più a livello generale, però perché, al contrario, è più difficile esprimersi.  Io sono partito dalla storia di Giampaolo Ricci, un bravissimo psicologo morto qualche tempo fa, che, per aver detto in televisione che i bambini hanno bisogno di un padre e di una madre, subì un processo disciplinare molto lungo e pesante dall’ordine degli psicologi. Questo è solo uno dei casi. Pensiamo anche in Italia agli attacchi alle femministe che contestano l’ideologia trans. Ci sono attacchi dappertutto e sta diventando molto violento il dibattito, anzi, non è più un dibattito ma uno scontro’, osserva Francesco Borgonovo. 

Il libro è un “Viaggio nell’ arcipelago gender” che in realtà è una citazione di “Arcipelago Gualg” di Solženicyn che metteva insieme tante storie e parlava di un regime basato sulla polizia del pensiero, fortunatamente non siamo ancora ai livelli sovietici, ma rischiamo di arrivarci ed è anche una citazione di un libro di Giancarlo Ricci che è uno studioso da cui parte il racconto. Quindi è strutturato attraverso tante storie che cercano di spiegare questa ideologia e anche i rischi. C’è una parte molto consistente sul cambiamento di sesso dei minorenni.

”Capire prima di parlare. Cosa si nasconde dietro teorie che vogliono imporre nel nostro Paese? Pur di difendere la nostra identità, sono pronto anche ad andare controcorrente”. Soltanto per questo post, accompagnato da un selfie in cui mostra la copertina del libro in edicola con La Verità, il senatore de Vecchis è stato coperto di insulti. “Insulti al senatore leghista che legge il nostro libro”, titola il quotidiano direttore da Maurizio Belpietro riportando la notizia.

”Con il mio collega senatore William de Vecchis a cui va tutta la mia solidarietà a causa degli insulti ricevuti per aver espresso contrarietà all’ideologia gender mostrando la copertina del libro scritto da Francesco Borgonovo e dal direttore della Verità Maurizio Belpietro. Un episodio che mette in evidenza ancora una volta l’ipocrisia di quelli che dicono di voler combattere l’odio e la discriminazione ma che sono i primi ad odiare e a discriminare chi non la pensa come loro”. Così Massimiliano Romeo, capogruppo della Lega al Senato, commenta quanto accaduto.

Dallo scorso 4 novembre, quando il ddl è stato approvato alla Camera, la legge è rimasta ferma per sei mesi nella commissione Giustizia presieduta da Andrea Ostellari, in quota Lega, che ne ha bloccato la discussione più volte, utilizzando diversi stratagemmi  più o meno in linea con i regolamenti del Senato. Alla fine, i lavori in commissione sono cominciati ufficialmente il 25 maggio, con il testo corredato da 170 audizioni che ne hanno rallentato ulteriormente la discussione.

Da quel momento, la strada verso il voto in aula sembrava essere finalmente libera, ma il 17 giugno  la Segreteria di Stato del Vaticano ha consegnato una nota ufficiale all’ambasciata d’Italia, nella quale la Santa Sede chiedeva al governo italiano di bloccare il testo di legge già approvato alla Camera. Non era mai successo che la Chiesa   intervenisse tramite i suoi canali diplomatici per far modificare il contenuto di una legge italiana e il suo effetto non è stato vano. Infatti, due settimane dopo l’intervento del Vaticano, dalle fila di Italia viva è arrivata una proposta  di modifica del testo, nonostante il partito di Matteo Renzi lo avesse approvato e votato alla Camera, lo scorso 4 novembre.

In particolare, Iv ha proposto di modificare gli articoli 1 e 7 del ddl e abolire completamente l’articolo 4, gli stessi al centro delle critiche delle destre e ritenuti “pericolosi” dal Vaticano.  Proposta reiterata il 3 agosto, durante la conferenza dei capigruppo dal rappresentante di Iv Davide Faraone e che ha aperto uno scontro con le forze politiche a sostegno del testo originale, Pd, Movimento 5 stelle e Liberi e uguali. Secondo il senatore renziano infatti, la sua proposta avrebbe mirato a trovare un compromesso con il centrodestra per portare il ddl in aula prima della pausa estiva. Mentre, si legge su Repubblica,  secondo i rappresentanti di Pd, M5s e Leu non ci sarebbe stata nessuna richiesta di “inserimento in calendario”, ma solo quella di una riunione di maggioranza per arrivare a un’intesa sulle modifiche da apportare al testo. Modifiche inaccettabili per i partiti favorevoli, perché comporterebbero il ritorno alla Camera del testo per un secondo voto.

I primi due articoli definiscono e introducono l’orientamento, il genere sessuale e l’abilismo all’interno negli articoli 604 bis e ter del codice penale. Questi stabiliscono l’illegalità della propaganda e dell’istigazione a delinquere per motivi di discriminazione. Il terzo modifica il decreto legge 122 del 1993, la cosiddetta legge Mancino che prevede, all’articolo 1, il carcere per “chi, in qualsiasi modo, incita a commettere o commette violenza o atti di provocazione alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi”. Nel ddl Zan si estende questo articolo anche ai reati di violenza fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sull’abilismo.

Negli articoli seguenti viene sancita la condizione di “particolare vulnerabilità” alle vittime di violenza basata sui concetti a cui l’articolo 1. Viene istituita la giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia (che cadrebbe il 17 maggio, lo stesso giorno in cui è prevista la stessa ricorrenza a livello internazionale) e sono assegnati 4 milioni per il fondo per le politiche relative ai diritti e alle pari opportunità. Infine, prevede che l’Istat realizzi, almeno ogni tre anni, una rilevazione per descrivere lo stato delle discriminazioni e delle pratiche violente, e che serva come base per pensare e attuare politiche di contrasto.

La formulazione originale dell’articolo 1 del ddl Zan chiede l’aggiunta dei reati di discriminazione basati “sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere o sulla disabilità” all’articolo 604-bis e 604-ter del codice penale, che puniscono l’incitazione alla violenza e alla discriminazione per motivi “razziali, etnici, religiosi o di nazionalità”. Nella proposta di Italia Viva invece, la formula reciterebbe soltanto “fondati sull’omofobia o sulla transfobia”.

In questo modo però, non solo il testo perderebbe la sua portata di tutela nei confronti delle persone discriminate per motivi legati al proprio sesso biologico o alla propria condizione di disabilità, ma andrebbe anche rendere la norma imprecisa, non definendo correttamente tutti gli estremi dei reati sanzionati.

L’articolo 4 del ddl Zan è dedicato alla salvaguardia della libertà di opinione e di scelta, per tutelare la libertà di parola, e recita “sono fatte salve la libera espressione di convincimenti od opinioni nonché le condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee o alla libertà delle scelte, purché non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti”. Ossia, la libertà di espressione non deve mai sconfinare nell’istigazione all’odio e alla violenza. Secondo Italia viva questo passaggio può essere soppresso, perché la tutela della libertà di espressione è già prevista dalla Costituzione. L’articolo 4 è stato fortemente contestato sia da destra che nella nota del Vaticano, perché potrebbe limitare la libertà di espressione della comunità cattolica.

Anche l’articolo 7 è uno dei più contestati dalla destra e tra quelli citati come in violazione del Concordato tra Stato e Chiesa,  nella nota del Vaticano. In questo caso, il ddl propone di istituire per il 17 maggio la giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia (lo stesso giorno in cui è già in vigore quella internazionale) e prevede che scuole e amministrazioni organizzino iniziative per promuovere la cultura del rispetto e dell’inclusione e contrastare pregiudizi e violenze. Secondo quanto dichiarato dal leader della Lega Matteo Salvini, questo articolo andrebbe tolto per evitare “il coinvolgimento dei bambini”, mentre per la Santa sede  limiterebbe l’autonomia della comunità cattolica non esentando le scuole private cattoliche dall’organizzare attività per questa giornata. Pertanto, Italia Viva ha proposto di inserire nell’articolo la formula “nel rispetto della piena autonomia scolastica”, lasciando così alle istituzioni scolastiche la libertà di partecipare o meno alle attività di sensibilizzazione verso il messaggio della giornata.