Papa Ratzinger, quel filo che lo lega a Lady Diana

In Mondo by Eugenio Bernardo

La scomparsa del Papa Emerito e la morte di Lady D. Londra come Roma: un filo sottile che lega due eventi che hanno fatto storia. È quanto scrive Luigi Bisignani in un editoriale pubblicato sul quotidiano Il Tempo che di seguito si riporta.

Caro direttore, lo sgomento post mortem negli episcopati americani e tedeschi reclamano risposta ad una sola domanda: «Ora che Benedetto è nella luce di Dio, chi porterà avanti in terra i suoi insegnamenti e la sua testimonianza di fede?». Nella nebbia di Piazza San Pietro il mondo cattolico, triste e disorientato, sperava di cogliere nell’orazione di Papa Francesco, sia pur in «bergogliese», una qualche continuità nell’operato del Papa Emerito, così come fece lo stesso Ratzinger, fin dalla sua omelia per le esequie di Giovanni Paolo II e poi per tutta la sua vita, accompagnando con quel «Seguimi» i suoi momenti più difficili. Così, purtroppo, non è stato. Bergoglio, forse troppo provato fisicamente, non è riuscito a trasmettere quell’afflato che invece nella piazza era palpabile. Un’onda anomala che ha visto in prima fila anche la maggior parte dei cardinali votanti, i quali, seppur creati dallo stesso Francesco, non si riconoscono più in una Chiesa secolarizzata, sempre più lontana dalla dottrina cattolica per avvicinarsi ai media protestanti. E chi si attendeva di vedere pochi fedeli in processione per l’ultimo saluto a Benedetto XVI ha peccato ancora una volta di presunzione, dovendo anzi constatare che l’opera delicata e coerente di Joseph Ratzinger in questi anni ha ben tenuto viva la brace sotto la cenere. Di ciò, il segno più eloquente sono stati i quasi 5000 preti, al 90 per cento giovani, accorsi a concelebrare le esequie. Tuttavia Francesco va capito: la gentile empatia di Ratzinger è irraggiungibile per il suo successore soprattutto ora che, con la forza del suo carisma «peronista», dovrà fare in modo che la Chiesa non si disorienti e non si divida, ma che trovi, come sempre nella sua missione pastorale, una nuova luce per continuare ad essere dottrina della fede. È in corso un appuntamento di grande rilevanza: il Sinodo dei Vescovi tedeschi. Discute e vuole sottoporre ad approvazione materie dottrinali controverse (sacerdozio femminile, natura del matrimonio, liceità dei matrimoni gay, facilità di divorzio), rischiando però un grave precedente dal momento che possono essere oggetto di voto esclusivamente argomenti di carattere pastorale e non dottrinale. Ma Bergoglio non è solo: incredibilmente, in queste ore, a scegliere di intraprendere una personale via crucis, è il prelato in maggior intimità con l’Emerito: Padre Georg, sconvolto per la perdita del suo «lume», sembra aver smarrito in poche ore tutta quella lucidità ed umiltà che gli avevano permesso di accudire con infinita dedizione Benedetto. Monsignor Gänswein non è infatti riuscito a trattenersi dal rendere pubblici proprio il giorno dei funerali di Ratzinger i suoi rancori personali verso Francesco, che mai l’ha sopportato. Ma, evidentemente, nel 2023 i panni sporchi non si lavano più in casa, e non solo nel clero, anche nelle famiglie reali. Le «memorie» dell’ex prelato d’onore di Ratzinger, il cui libro è di prossima uscita, richiamano paradossalmente quanto sta accadendo in queste ore alla Corona inglese, con le prime indiscrezioni sul libro di Harry, al secolo duca di Sussex, secondogenito di Carlo d’Inghilterra e della Principessa Diana. Ratzinger e Lady D, due protagonisti assoluti di questi tempi. Divisivi da vivi, aggregatori da morti. Si «parva licet componere magnis» e con tutto il doveroso rispetto, la fine terrena del sovrano della Chiesa Papa Ratzinger e della principessa del popolo Diana hanno delle analogie. Controversi in terra, a poche ore dalla scomparsa, entrambi hanno iniziato ad essere universalmente venerati. Per nessuno di loro si poteva immaginare un coinvolgimento popolare così ampio, una commozione plebiscitaria così profonda. Non lo pensava Papa Francesco, che aveva praticamente confinato il Papa Emerito nella Mater Ecclesiae, e neppure la Regina Elisabetta, che sperava di scalfire la popolarità di Diana per suo legame con l’egiziano Dodi Al-Fayed. Coraggiosi e rivoluzionari nel fare un passo indietro dai loro rispettivi ruoli, si sono guadagnati la gloria eterna. Per entrambi nessun funerale di Stato né bandiere a mezz’asta, né in Vaticano e nemmeno nel Regno Unito. Eppure la potenza emotiva delle loro esequie passerà alla storia. E le tante défaillances nei preparativi passeranno in secondo piano. In Vaticano c’è stato il caos, nonostante ben dieci anni a disposizione per varare un protocollo adeguato all’eccezionalità degli estremi onori ad un Papa Emerito. E l’ennesima, totale débâcle della comunicazione vaticana, inesistente e misericordiosamente soccorsa prima da mamma Rai e poi dall’Ebu (Unione Europea di Radiodiffusione). La Regina Sofia di Spagna, ed altri ospiti importanti sono stati abbandonati per

mezz’ora all’ingresso della Basilica da un Ettore Valzania qualsiasi (per la cronaca è diplomato odontotecnico ma è capo dell’accoglienza e grandi eventi della Fabbrica di San Pietro: il protocollo del Capitolo Vaticano) che riceveva gli ospiti, coronati e non, in jeans. Oppure mancanze ancor più incredibili, come negare la Comunione ai fedeli che la volevano ricevere in ginocchio perché «qualcuno» avrebbe potuto pensare che fosse una concessione ai tradizionalisti o Ministri e dignitari abbandonati alla ricerca della via d’uscita. Una cerimonia che ha dimostrato come Bergoglio, pur nella sua grandezza, in questi anni non sia riuscito a circondarsi di collaboratori degni della tradizione secolare vaticana. A partire dal chiaramente inadatto cerimoniere Diego Ravelli fino all’Arciprete della Basilica, il «Cardinale per caso» Mauro Gambetti, frate minore catapultato Oltretevere dal Convento di Assisi, che per mandare avanti la grande fabbrica di San Pietro ha assunto nei ruoli apicali quattro ex colleghi, e numerosi conoscenti della società elettrica dove lavorava prima di farsi frate. Ma la Provvidenza vede e provvede, quando il caos per il funerale di Benedetto stava diventando incontrollabile è intervenuto in «articulo mortis» il Protocollo della Segreteria di Stato, nella persona di monsignor Joseph Murphy, il quale però non è riuscito a convincere Bergoglio a presenziare alla tumulazione di Ratzinger, affidata pertanto al sempreverde Cardinal Re. Infine l’impressione di un pontificato forse troppo assolutista, muscolare, che oggi con imbarazzo nessuno osa raffrontare a quello di Benedetto, nel quale l’umiltà e l’amore hanno sempre regnato. Per dirla con le parole dell’evangelista Marco quando sintetizza in una frase la morte di Gesù «Il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo» versi che sembrano attuali nell’assistere all’onda anomala dei fedeli per rimpossessarsi della Chiesa di Benedetto. Ad maiora semper.