OpinioniPolitica

Cinque Stelle e Beppe Grillo: ‘No, al terzo mandato

Si presume un rischio scissione nel Movimento 5 Stelle, ben suffragato dalle   divergenze tra Giuseppe Conte e Luigi Di Maio, che ormai sono diventate pubbliche. Il tutto ha inizio dall’elezione del presidente della Repubblica a gennaio.

Luigi Di Maio, pur senza nominarlo,  sconfessa apertamente Conte in seguito al fallimento  del Movimento nella tornata elettorale del 12 giugno. Con grande chiarezza  dice  che i 5 Stelle non erano mai andati così male al voto: “Non si può dare sempre la colpa agli altri”.

Pur se non citato,  il leader del Movimento, si rivolge al ministro degli Esteri:  “Dica se vuole fondare un altro partito”. Nella disfida  tra i due,  che  riguarda anche  la posizione del M5s sulla guerra in Ucraina, oltre alla regola del doppio mandato, si inserisce anche Beppe Grillo.

Il fondatore del Movimento chiude in maniera netta al terzo mandato, mandando  un chiaro messaggio al capo della Farnesina.

Al momento, tra le direttive dei Cinque Stelle, c’è infatti la regola del doppio mandato, ovvero l’impossibilità di andare oltre ed essere candidato per un terzo mandato col partito: “È una regola la cui funzione è di prevenire il rischio di sclerosi del sistema di potere, se non di una sua deriva autoritaria, che è ben maggiore del sacrificio di qualche Grande Uomo”.

Nei prossimi giorni, per questo motivo,  ci sarà una votazione in seno al partito per scegliere se continuare o meno con questa linea, tra chi vorrebbe mantenerlo e chi, invece, vorrebbe rimuovere il vincolo.

Con la regola attuale, rischiano di non potersi ricandidare Luigi Di Maio,  Roberto Fico,   Vito Crimi, Paola Taverna, Fabiana Daidone, Federico D’Inca, Danilo Toninelli e Alfonso Bonafede. A salvarsi,  Stefano Patuanelli che può sfruttare il “mandato zero”, visto che non conta l’incarico da consigliere comunale.

Secondo la fazione contiana del M5s Beppe Grillo con “Grande Uomo” si riferiva proprio a Luigi Di Maio, che  ha replicato: “Noi non stiamo guardando al 2050 ma è una forza politica che sta guardando indietro. Che senso ha cambiare la regola del secondo mandato? Io invito a votare gli iscritti secondo i principi fondamentali del Movimento perché questa è una forza che si sta radicalizzando all’indietro. Temo che M5s rischi di diventare la forza politica dell’odio, una forza politica che nello statuto ha il rispetto della persona”.

Stavolta lo scontro è palese. E qualcuno inizia a parlare apertamente di rischio scissione.

Qualche esponente di spicco del partito si dice convinto che Di Maio voglia andare via e ci si inizia a chiedere, negli ambienti parlamentari, quanto possa valere questa eventuale fuoriuscita.

Di Maio può contare sul sostegno di più di 50 parlamentari, secondo alcune stime, mentre è più difficile capire quale sia il suo valore elettorale. I sondaggi dicono che il suo gradimento come leader è sceso, mentre quello di Conte è ancora alto. Ma è difficile prevedere quanto possa valere oggi un partito di Di Maio.

Come detto prima gli iscritti del M5s voteranno per decidere se concedere un terzo mandato a chi è stato eletto già due volte.

Approvando questa deroga al doppio mandato si permetterebbe ad alcuni big – compreso lo stesso Di Maio – di ricandidarsi. In caso di vittoria del no sembra invece più vicina l’ipotesi di una scissione. Proprio su questo punto l’attacco di Conte al ministro degli Esteri è stato diretto, tanto da parlare di “fibrillazioni prevedibili perché ci sono in campo questioni che riguardano le sorti personali di tanti nel M5s” con il voto sul doppio mandato.

Nello scontro tra Conte e Di Maio prende posizione sulla questione del doppio mandato, come detto, anche il garante Beppe Grillo. Con un post sul suo blog dal titolo “Il Supremo mi ha parlato”, Grillo prende una posizione precisa sul divieto al terzo mandato: “Appare sempre più opportuno estendere l’applicazione delle regole che pongono un limite alla durata dei mandati. “Alcuni obiettano – soprattutto fra i gestori che si arroccano nel potere – che un limite alla durata dei mandati non costituisca sempre l’opzione migliore, in quanto imporrebbe di cambiare i gestori anche quando sono in gamba: «cavallo che vince non si cambia» sembrano invocare ebbri di retorica da ottimati. Ciò è ovviamente possibile, ma il dilemma può essere superato in altri modi, senza per questo privarsi di una regola la cui funzione è di prevenire il rischio di sclerosi del sistema di potere, se non di una sua deriva autoritaria, che è ben maggiore del sacrificio di qualche (vero o sedicente) Grande Uomo”.

Un no alla possibilità di un terzo mandato per Luigi Di Maio…

Andrea Viscardi