Manovra: mancata intesa sulle pensioni tra governo e sindacati

In Politica by Roberto Cristiano

L’incontro sulla legge di Bilancio tra governo e sindacati a Palazzo Chigi si è chiuso con un nulla di fatto e il confronto dovrebbe continuare oggi con i ministri Renato Brunetta, Daniele Franco e Andrea Orlando. Il clima resta teso tra governo e sindacati sulla manovra, in particolare sul nodo pensioni e  le posizioni restano distanti. 

Sulle pensioni ci sono “solo 600 milioni e non ci sono risposte sulla riforma complessiva necessaria e  le risorse sono “largamente insufficienti” sia per le pensioni, che per gli ammortizzatori sociali e per la non autosufficienza e i sindacati pensano alla mobilitazione unitaria che potrebbe portare anche allo sciopero generale. 
41 anni di contributi e 62 anni d’età. E’ la proposta che la Lega avrebbe avanzato al governo, nell’ambito del confronto sulle pensioni in legge di bilancio. Si tratterebbe in sostanza di Quota 41, ma con un limite minimo d’età di 62 anni.

Subito il finanziamento del fondo ad hoc per il taglio delle tasse. E solo in un secondo momento, probabilmente durante l’iter in Parlamento,  o in extremis con un decreto successivo,  il dettaglio delle misure: sarebbe questo, secondo quanto si apprende da diverse fonti, l’orientamento del governo. I tempi sarebbero troppo stretti, viene spiegato, per raggiungere un’intesa prima del varo della manovra, previsto giovedì. Quindi si procederebbe a stanziare nell’articolato della legge di Bilancio i sei miliardi aggiuntivi, che porteranno ad 8 le risorse disponibili per il 2021, lasciando più tempo per chiudere l’accordo sulle misure.

Con la legge di bilancio dovrebbe arrivare la proroga di Opzione Donna e l’estensione dell’Ape social ad altre categorie di lavoratori gravosi.  “Fondamentale la continuità sui bonus, sapere che non è che si fa una norma e un attimo dopo viene cambiata, gli investimenti si fanno se sono di lungo periodo. La battaglia sui bonus, per dare continuità, è necessario farla, muovendosi in quella direzione”,  ha detto il segretario del Pd, Enrico Letta, intervenendo alla direzione nazionale del partito. “La tassa sugli assorbenti è una questione di cui dobbiamo parlare di più, raggiungere un risultato importante è anche sfatare un tabù rispetto alla necessità di intervenire”. Nella manovra “sono molteplici le questioni sul tema del lavoro, Orlando se ne sta occupando con impegno. Ridurre le tasse sul lavoro in questa legge di bilancio rappresenta una grande priorità, è un modo per spingere i contratti a tempo determinato e aiutare le persone ad avere più soldi in busta paga”.

“Il nostro atteggiamento è propositivo e costruttivo. Sulle pensioni abbiamo offerto 4-5 alternative. Noi vogliamo scongiurare il ritorno alla Fornero. Mentre altri sono concentrati su altre battaglie a noi interessa non tornare alla Fornero. Noi siamo per lavoro e pensioni e abbiamo idee chiare. L’intervento deve durare un anno poi si andrà a votare e gli italiani sceglieranno quale sistema pensionistico vogliono. Sicuramente troveremo una soluzione”, afferma   Matteo Salvini nel corso di una conferenza stampa.

Intervistato da Repubblica Luigi Sbarra, segretario generale della Cisl, osserva che “le pensioni non possono essere considerate solo un costo economico” e che “le risorse attuali sono assolutamente insufficienti”. La riforma Fornero – sostiene – ha realizzato risparmi importanti, così come il finanziamento di Quota 100 non è stato interamente utilizzato. “Noi chiediamo che parte di questi risparmi vengano reinvestiti per cambiare il sistema pensionistico, introducendo elementi di equità, flessibilità e sostenibilità. Se troveremo un muro davanti a noi, o se le nostre rivendicazioni e proposte saranno ostacolate o non prese in considerazione, le mobilitazioni saranno inevitabili nelle prossime settimane e nei prossimi mesi”.

Sull’argomento è intervenuta anche Giorgia Meloni. La leader di FdI ha indicato tre obiettivi: “Abolire le pensioni d’oro, modificare le storture a scapito dei più deboli e dare risposte ai giovani lavoratori”. Da sempre sono queste, ha aggiunto, «le priorità di Fratelli d’Italia». La leader della destra ha annunciato una dura opposizione parlamentare a quelle che ha bollato come ‘scelte ideologiche’ poiché “contrarie al buon senso, all’equità generazionale e alla giustizia sociale”. Sono quelle, ha precisato la leader di FdI, messe in campo da ‘governo Draghi, Pd e sinistra’.

Tutti e tre, ha incalzato, “lavorano al contrario per rendere più difficile andare in pensione a chi ha lavorato una vita e se ne infischiano di chi una pensione forse non la vedrà mai”. La Meloni ha quindi puntato l’indice contro la “follia di togliere l’assegno mensile di 287 euro agli invalidi parziali che svolgono piccoli lavori e ridurli così in miseria”. Nei settori della maggioranza è la Lega a cercare un profilo collaborativo senza appiattarsi sulle scelte del governo. Salvini e il Carroccio, informa, una nota d’agenzia, lavorano al “salva-pensioni“. I leghisti chiamano così l’ipotesi conosciuta come “quota 41“, ovvero la possibilità di lasciare l’impiego dopo 41 anni di contributi.

Una soluzione tecnica, ma anche politica dal momento che coincide con quella dei sindacati. Cgil, Cisl e Uil sono infatti contrari alle ipotesi “quota 102” e “quota 104” fatte trapelare da Palazzo Chigi. Il nodo è il ritorno alla riforma Fornero: sindacato, Salvini e Meloni sono fermamente contrari mentre Draghi non fa mistero di volerla riportare in vita con le due quote. In mezzo c’è il Pd che con il ministro Orlando tenta di dirottare il dibattito su «donne» e «lavori usuranti».  Ma ai sindacati che hanno incontrato Draghi non basta. A nome di Cgil, Cisl e Uil, Maurizio Landini ha detto che l’obiettivo è superare «limiti» e «quote» in nome di una “riforma complessiva e strutturale del welfare e della previdenza”.

Secondo il sindacalista, “il governo deve recuperare un metodo del confronto con il sindacato più strutturato e permanente, altrimenti la manovra rischia di nascere squilibrata e insufficiente a causa dello scarso dialogo che l’ha preceduta”. “Noi – aggiunge – dobbiamo lasciare alle persone la scelta volontaria di andare in pensione dopo i 62 anni o con 41 anni di contributi, a prescindere dall’età, sapendo che non tutti i lavori sono uguali e che quindi non possono esserlo neanche le regole pensionistiche, quindi c’è la necessità di introdurre elementi di forte flessibilità in uscita dal mercato del lavoro, come fatto ad esempio nell’Ape Sociale, dove chiediamo l’ulteriore allargamento”.