Spettacolo

Santo Piacere o piacere solo per santi?

Alla Sala Umberto di Roma è in scena “Santo Piacere – Dio è contento quando godo” di Giovanni Scifoni con la regia di Vincenzo Incenzo. Giunto alla terza replica lo spettacolo ha registrato fin da subito il tutto esaurito. Il monologo, inizialmente previsto fino al 19 Dicembre, è stato  prorogato fino alla fine del corrente mese, compresa una recita di Capodanno.

La piéce, in un’ora e mezza circa, ha l’intento di raccontare in modo ironico e leggero la dinamica di relazione tra sessualità e religione.

Dall’atto unico, diviso a sua volta in due tematiche, emerge  la necessità di creare una linea illusoria che demarchi l’idea del bene e del male.

Scifoni, nella parte iniziale dello spettacolo, fa uso di un  linguaggio non mediato con termini reiterati e a tratti poco ortodossi quasi ad esasperare esclusivamente l’accezione negativa dell’idea di sessualità. Al senso di colpa si affiancano citazioni  ecclesiastiche che emergono con un linguaggio limpido e chiaro: nell’idea del bene il sesso è lecito solo allo scopo dell’acrescimento della specie.

La successione degli accadimenti  scorre in una dimensione temporale in cui si ripudia lo slancio vitale bergsoniano per rifugiarsi in un tempo ciclico, eterno, che accresce solo se rimane statico con se stesso. La libera scelta è solo apparente: la via da condurre è illuminata e determinata.

Il sarcasmo è l’infrastruttura intima che smaschera i tradizionali stereotipi di genere: allo scimmione virile in preda agli istinti fa da  contraltare, in modo assolutamente speculare, la figura della donna generatrice

L’intento è trasparente: c’è fede e buona fede. L’autore non nasconde né stereotipi né luoghi comuni.

Scifoni coinvolge attivamente gli spettatori attraverso una interazione con il pubblico dinamica e ironica.

Nella scenografica si evince il tormento tra fede e passione: un crocifisso sulla destra, una pila di libri sulla sinistra e  al centro un letto di ottone che ricorda quello dei nonni (epoche lotanane).

   Nel dialogo emergono  tracce della quotidianeità del protagonista: le vacanze con la famiglia e il dilemma della scelta tra la montagna e il mare. Nel testo teatrale la montagna è  rappresentata come la fermata prima del cielo, il mare è esperito come cloaca della gravitá alla quale soggiace così come gli organi sessuali.

 Con il trascorrere  del tempo la croce si spoglia pian piano di tutte le debolezze dell’essere umano per purificarsi, lavata nei piedi lignei da una danzatrice, Anissa Bertacchini brava tecnicamente, all’interno di una rappresentazione che poco sposa il contesto

 La pietas cristiana trabocca nel finale: pubblico commosso e applausi a scena aperta.

Barbara Lalle