Governo. Meloni ora rifletta su cosa “non” fare. Il punto di Bisignani

In Politica by Eugenio Bernardo

A pochi giorni dal l’insediamento del nuovo governo guidato da Giorgia Meloni arriva un consiglio di Luigi Bisignani alla leader di Fdi sulla composizione del nuovo esecutivo. E soprattutto un vademecum sugli errori da non commettere ricordando le esperienze di Draghi, Renzi ed Alemanno. Ecco il ‘suggerimento’ pubblicato su il quotidiano Il Tempo.

Caro direttore, è l’ora di Giorgia. Secchiona com’è, la Meloni adesso vuole vederci chiaro sul caro energia. E avendoci già messo disperatamente la testa, si sta accorgendo che lo storytelling della coppia Descalzi-Cingolani non torna. Urge dunque fare chiarezza su Gazprom, sui nuovi giacimenti, sullo stoccaggio, sui numeri che ballano e, nelle more di capire quelli veri, dall’Algeria all’Egitto, la premier in pectore sta pianificando un programma di interventi per calmierare bollette e fornire garanzie statali alle utilities, predisponendo da subito un piano di razionamenti, programmato, che preveda una riduzione di energia nei consumi domestici, per limitare la produzione delle centrali a gas. Un’operazione verità. Secondo una prima bozza, ancora riservata, agli utenti verrà chiesto di ridurre i consumi fra il 10-20% rispetto agli stessi mesi del 2021 e ogni eccedenza sarà assoggettata ad un extracosto da trasferire come sussidio in bolletta alle industrie energivore. In questo modo si otterrebbe una riduzione immediata della domanda e un sussidio incrociato tra usi superflui ed usi industriali, senza alterare il mercato. Una transizione energetica che non transisce, infatti, è una delle tante eredità del governo dimissionario. Della decantata «agenda Draghi» diventata più introvabile del Sacro Graal, sono rimaste solo le scorribande, alla ricerca di potere tra poltrone e incarichi, della coppia Pd Giavazzi-Funiciello. Sic transit gloria mundi. Tutto ciò può essere istruttivo per la futura premier Meloni che, facendo tesoro dei comportamenti “infelici” di alcuni protagonisti degli ultimi anni, può riflettere soprattutto su cosa non deve fare. Tre casi edificanti al riguardo: Gianni Alemanno, Matteo Renzi e Mario Draghi. Partiamo da quest’ ultimo. Convinto del suo carisma, ha pensato di poter far a meno di tutti, a cominciare dai partiti che lo sostenevano, creando una situazione paradossale in cui perfino i dirigenti di Palazzo Chigi ad un certo punto hanno smesso di comunicare non solo tra loro, ma anche con gli altri ministeri. Risultato: il caos. Con gli stessi ministri – da Franceschini alla Gelmini, dalla Lamorgese ad Orlando – disorientati perché nemmeno riuscivano ad avere udienza dal loro premier.

Renzi, invece, a suo tempo, dopo una campagna elettorale entusiasmante in cui profetizzava finestre aperte, giunto a Chigi si è barricato nel Palazzo e non si è fidato di nessuno, nonostante l’ottimo lavoro di scouting affidato per mesi a Dario Nardella, poi spedito con biglietto di sola andata a Firenze. Renzi si è affidato a carneadi dell’amministrazione pubblica, come la vigilessa Antonella Manzione che ha sostituito al Dag, il Dipartimento Affari Giuridici e Legislativi, il più delicato della Presidenza, un consigliere di Stato stimato da tutti come Carlo Deodato. E così, in un colpo solo, si è messo contro tutte le magistrature amministrative e contabili.

Alemanno, infine, uno dei migliori ministri dell’Agricoltura, una volta conquistato a sorpresa il Campidoglio, si è portato appresso gran parte di quel baraccone di estrema destra che l’aveva aiutato a vincere, ma che poi l’ha portato dalle stelle alle stalle. L’humus giovanile della storica sezione del Msi di Colle Oppio, la stessa da dove hanno preso il volo i «Gabbiani» dei Rampelli, Lollobrigida e Marsilio, è frequentato da una razza dura e pura: si sono amati e traditi, sempre tra loro, chiusi com’ erano in un bunker preso di mira dalle bombe dei compagni. Da quel mondo, in attesa comprensibilmente di riscatto, oggi Giorgia deve uscire e scegliere i fiori migliori, altrimenti, com’ è successo ad Alemanno, per generosità e certamente non per dolo, rischierà di essere messa alle corde, vista la pruriginosa attenzione di certi media. Per ora gli interventi della futura prima donna premier italiana lasciano intendere che non ripeterà gli stessi errori, del resto, lei stessa ha una dura corazza coperta da un manto di diffidenza quasi maniacale che sarà la sua armatura. Quando, ad esempio, le fu proposto di incontrare Draghi molti mesi prima che fosse nominato Premier, lei declinò, affermando che l’avrebbe visto molto volentieri solo se e quando sarebbe diventato capo del governo. Con lei, però, convintamente all’opposizione, nonostante in quel momento alcune sirene improvvide la volessero imbarcare nell’arca di Noè del governo rosso-giallo-verde-azzurro. Quell’intuizione è stata davvero il suo super enalotto. Con quella stessa risolutezza, oggi ha capito che nella scelta dei ministri deve volare alto. Peraltro, nessuno dei suoi alleati può permettersi un passo indietro e, se anche dicesse no a quei divertenti nomi che circolano, come l’ex infermiera Licia Ronzulli alla Sanità, sa che nessuno potrebbe opporsi. La famosa questione della moral suasion del Quirinale sulla composizione della squadra di governo, che poteva facilmente intimorire i due ultimi parvenu della politica come Giuseppe Conte e Mario Draghi, nessuno dei due legittimati dal voto popolare, non avrà certo presa su una Premier che, a differenza loro, può contare su una larga maggioranza politica in entrambi i rami del Parlamento. E l’esperienza della Meloni sarà sicuramente utile anche per il valzer delle poltrone nel cosiddetto «deep state», dove come mosche impazzite si muovono i soliti mandarini che cercano di far dimenticare il loro passato. Sarebbe illuminante, un giorno, raccontare le loro gesta, ad iniziare dal direttore generale del Tesoro, Alessandro Rivera, che sta facendo il giro delle sette chiese per cercare di restare dov’ è, sponsorizzando Daniele Franco o Fabio Panetta, nonostante il disastro della sua gestione. Querelle sulle caselle dei ministri a parte, che si risolveranno con un semplice colpo di penna, secondo una prassi che va avanti dagli anni ’50, nell’ambito del percorso tra l’ufficio di Fratelli d’Italia e il Quirinale, occorre però che il Paese riprenda rapidamente e sul serio, a fare una politica energetica ed industriale: e su questo Meloni, spinta soprattutto dall’esperienza sul campo di Guido Crosetto, ha le idee chiare, iniziando da una vera e propria rivoluzione delle competenze del Mise. E da brava sgobbona qual è, ha già in mente chi chiamare accanto a sé tra le personalità più in vista del mondo produttivo italiano. Perché lei è certamente donna, madre e cristiana, ma anche una politica che sa ascoltare, confrontarsi e poi decidere. Speriamo bene.