Quando la fotografia elegge i gatti
Roberto Vignoli presenta “La Repubblica dei gatti”, un progetto fotografico che trasforma 21 felini in altrettanti improbabili presidenti e utilizza il linguaggio della rappresentazione ufficiale per interrogare, con ironia e attraverso la lezione di Rodari e Beuys, il nostro rapporto con il potere, la libertà e la natura.
C’è un momento in cui una fotografia smette di essere soltanto una fotografia e comincia a raccontare qualcosa che si trova al di là dell’immagine. Accade quando il soggetto rappresentato entra in contraddizione con il linguaggio attraverso il quale viene rappresentato, quando una forma che riconosciamo immediatamente viene applicata a qualcosa che normalmente non le appartiene e quella distanza, quasi impercettibile, produce un cortocircuito capace di farci sorridere e, nello stesso tempo, di costringerci a pensare.
È ciò che accade in “La Repubblica dei gatti”, il nuovo progetto di Roberto Vignoli, nel quale 21 gatti vengono fotografati come se fossero altrettanti presidenti già eletti. Non sono semplicemente animali ritratti in maniera divertente: vengono inseriti dentro l’iconografia della rappresentazione istituzionale, quella che siamo abituati ad associare ai capi di Stato, alle autorità, alle figure pubbliche che attraverso una fotografia ufficiale comunicano una precisa idea di ruolo, dignità e potere.
Il progetto sarà presentato in anteprima il 4 settembre, dalle ore 15 alle 19, nella Sala Laudato Si del Palazzo Senatorio, in Piazza del Campidoglio 1 a Roma, in collaborazione con l’Oasi Felina di Porta Portese, l’Ente Nazionale Protezione Animali e la Lega Nazionale per la Difesa del Cane – Sezione di Ostia. Saranno presenti la presidente del gruppo consiliare M5S e consigliera capitolina Linda Meleo e il vicepresidente della Commissione Ambiente, consigliere capitolino Daniele Diaco.
L’inaugurazione ufficiale è prevista per il 3 ottobre all’Oasi Felina di Porta Portese, in via Portuense 39, nell’ambito delle iniziative legate alla Giornata Mondiale degli Animali del 4 ottobre.
Per costruire questa piccola galleria di improbabili autorità feline, Vignoli ha lavorato per mesi, affrontando una difficoltà che potrebbe sembrare marginale ma che in realtà appartiene profondamente alla natura dell’opera: i gatti non sono modelli particolarmente disponibili a lasciarsi dirigere. Alcuni dei soggetti coinvolti hanno rifiutato apertamente la posa, rendendo evidente quanto sia fragile il tentativo umano di imporre una regia a un animale abituato a decidere autonomamente tempi e modalità della propria presenza.
È proprio questa indipendenza, del resto, a rendere il gatto un soggetto particolarmente adatto al progetto. Nella cultura occidentale il felino domestico è da secoli una figura ambivalente, contemporaneamente vicino all’uomo e irriducibilmente altro, capace di abitare le nostre case senza assumere mai completamente la logica del possesso. La sua presenza nella storia dell’arte e della letteratura è vastissima, così come quella nella vita privata di personaggi celebri, da Richelieu a Lewis Carroll, fino a Luis Sepúlveda.
Vignoli utilizza questo patrimonio culturale senza trasformarlo in una semplice celebrazione dell’animale, perché ciò che gli interessa è soprattutto la possibilità di attribuire al gatto un ruolo che normalmente appartiene all’essere umano e osservare che cosa accade quando l’immagine istituzionale incontra un soggetto che istituzionale non è.
Il risultato è una forma di paradosso visivo nella quale la solennità del ritratto ufficiale viene mantenuta mentre cambia completamente il protagonista. Il gatto non deve imitare il presidente: è il dispositivo fotografico a trasformarlo temporaneamente in una figura presidenziale.
La scelta di utilizzare questo paradosso come strumento narrativo ha un riferimento preciso nella cultura italiana del Novecento: Gianni Rodari. L’autore della Grammatica della fantasia aveva fatto dell’invenzione fantastica un metodo per osservare criticamente la realtà, dimostrando che il mondo può essere interrogato anche attraverso ciò che apparentemente appartiene soltanto al territorio dell’immaginazione infantile.
Da questa prospettiva nasce anche l’idea di destinare il progetto alle scuole, proponendo di collocare i ritratti dei gatti sulle pareti delle aule, dietro le cattedre, come se ciascuno fosse il presidente già eletto di quella comunità scolastica. L’allestimento diventa così parte integrante del progetto e la fotografia può trasformarsi in uno strumento per introdurre, attraverso il gioco e la sorpresa, una riflessione sulle forme dell’autorità, sul significato della rappresentanza e sulla possibilità di immaginare una società diversa.
La fantasia, in questo caso, non serve dunque a evitare la realtà, ma a modificarne temporaneamente le coordinate per renderla nuovamente osservabile.
È un procedimento che porta naturalmente anche al secondo grande riferimento del progetto, Joseph Beuys, la cui ricerca ha messo in relazione arte, trasformazione sociale e responsabilità nei confronti dell’ambiente. L’attenzione di Vignoli si rivolge infatti alla natura come una delle principali vittime di un sistema fondato sul consumo e sull’indifferenza, evocando il cambiamento climatico, l’inquinamento degli ecosistemi e la progressiva distruzione delle foreste.
Il richiamo all’azione delle 7.000 querce di Beuys introduce nella mostra una dimensione che va oltre la satira. Quando Vignoli scrive “Questi gatti in cima al mondo sono la mia quercia”, attribuisce ai suoi soggetti una funzione simbolica: i felini diventano un gesto artistico attraverso il quale parlare della necessità di un diverso rapporto con il pianeta.
La leggerezza dell’immagine, quindi, non coincide con la leggerezza del contenuto.
È forse proprio questo uno degli aspetti più interessanti del progetto: la capacità di affrontare temi complessi senza assumere necessariamente un linguaggio grave, lasciando che sia il paradosso a produrre la riflessione.
Vignoli conosce bene la forza di questo meccanismo perché la sua esperienza attraversa diversi linguaggi. Nato a Roma nel 1958, è artista e fotografo fin dagli anni Settanta e ha collaborato con alcune delle più importanti agenzie fotografiche, tra cui Action Press, Image Bank, Granata Press, Grazia Neri, Maxppp e Luz. Le sue opere sono state presentate in oltre cento mostre in Italia e all’estero, mentre la sua attività professionale lo ha portato anche all’interno della redazione de L’Espresso, dove dal 2000 al 2012 ha lavorato nell’Ufficio fotografico occupandosi delle immagini delle pagine degli Esteri e delle Rubriche di Cultura.
Parallelamente alla fotografia ha sviluppato una consistente attività letteraria, pubblicando romanzi, racconti, poesia e opere nelle quali immagini e parole si incontrano. Ha inoltre insegnato fotografia di architettura al Centro Sperimentale di Fotografia dal 2019 al 2022 e ha collaborato con numerose testate sia attraverso le immagini sia attraverso la scrittura; attualmente collabora con La Ragione.
Questa pluralità di esperienze aiuta a comprendere la natura di La Repubblica dei gatti, un progetto che non nasce soltanto dall’idea di fotografare degli animali, ma dall’incontro tra fotografia, letteratura, immaginazione e osservazione critica della società.
Vignoli stesso precisa che l’operazione non intende essere una critica, nemmeno indiretta, al presidente della Repubblica Sergio Mattarella. La precisazione è coerente con la natura del progetto, che non ha bisogno di individuare un singolo bersaglio politico per funzionare, perché il suo campo di osservazione è più ampio e riguarda soprattutto il modo in cui costruiamo le immagini dell’autorità e il modo in cui accettiamo come naturali determinate gerarchie.
Un gatto fotografato come un presidente, infatti, non diventa davvero un presidente; è il nostro sguardo a essere costretto a cambiare.
E quando cambia lo sguardo, cambia anche ciò che possiamo vedere.
È forse questo il compito più interessante che la fotografia di Vignoli si assegna: non dirci che cosa pensare, ma creare una situazione nella quale siamo costretti a pensare in modo leggermente diverso.
La mostra non promette una nuova forma di governo e neppure una rivoluzione felina. Propone qualcosa di più sottile: un piccolo esercizio di immaginazione collettiva nel quale gli animali diventano protagonisti di una scena che normalmente appartiene agli uomini e la fantasia diventa un modo per mettere in discussione, almeno temporaneamente, le regole con cui siamo abituati a rappresentare il mondo.
Forse è per questo che l’immagine di un gatto candidato alla presidenza, per quanto apparentemente assurda, riesce a essere anche sorprendentemente seria.
Perché dietro quella fotografia c’è una domanda che riguarda tutti noi: quanto del mondo che consideriamo inevitabile è semplicemente il mondo che abbiamo smesso di immaginare diversamente?
Stefano Dell’Accio

