Pavia: incendio rifiuti in ditta del 2017, 3 arresti

In Cronaca, Italia by Luca Teolato

La guardia di finanza e i carabinieri forestali di Pavia hanno arrestato tre persone ritenute responsabili a vario titolo dei reati di traffico illecito di rifiuti, incendio doloso, utilizzo ed emissione di fatture false, bancarotta fraudolenta, riciclaggio ed autoriciclaggio. Inoltre, sono stati sequestrati circa 2 milioni di euro (tra cui disponibilità finanziarie, fabbricati, terreni ed autoveicoli) frutto dell’ingiusto profitto ottenuto attraverso il mancato pagamento delle spese di recupero e/o di smaltimento dei rifiuti ed il mancato versamento del tributo speciale regionale (ecotassa). I provvedimenti cautelari sono stati disposti a conclusione di complesse indagini, avviate nel 2017, a seguito di un incendio presso la società Eredi Bertè Antonino di Mortara che hanno permesso di accertare innumerevoli illeciti, anche di natura ambientale, nonché la causazione dell’incendio dei rifiuti stoccati nell’impianto di trattamento gestito dalla medesima. Nell’immediatezza dell’evento incendiario è intervenuta anche Arpa Lombardia, che si è attivata per monitorare le ripercussioni dell’incendio sull’ambiente ed il connesso pericolo per la salute pubblica, dando avvio ai primi accertamenti utili a quantificare e a caratterizzare l’enorme mole di rifiuti presenti presso l’impianto.

Le ulteriori investigazioni, coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia di Milano ed eseguite anche attraverso mirate indagini finanziarie, intercettazioni telefoniche ed ambientali, hanno fatto emergere un sistema criminale volto alla massimizzazione degli indebiti profitti conseguiti attraverso il traffico illecito di rifiuti.

A seguito del vasto incendio doloso, la società Eredi Bertè Antonino che gestiva l’impianto di recupero rifiuti unitamente alla Eredi Bertè Ecology, è stata dichiarata fallita e i due citati gestori hanno cercato di far sparire l’enorme capitale illecitamente accumulato attraverso la creazione di numerose società intestate a prestanome. L’analisi dei conti correnti, la ricostruzione dei flussi finanziari e l’esame di una mole enorme di documenti ha permesso, però, agli investigatori di ricostruire l’articolato sistema truffaldino che, anche attraverso l’emissione e l’utilizzo di fatture false, ha consentito ai criminali di distogliere enormi capitali che sarebbero dovuti servire per pagare i vari creditori commettendo, di fatto, il reato di bancarotta fraudolenta.