Mario Draghi preferisce Emmanuel Macron a Sergio Mattarella. Il retroscena di Bisignani

In Politica by Eugenio Bernardo

Caro direttore, il galletto ruspante Draghi sembra più in sintonia con Monsieur «le coq» Macron piuttosto che con Sergio Mattarella: e questo, certamente, al Quirinale comincia a non piacere. Non può essere un caso se Carlo Cottarelli premier per una notte e molto apprezzato dal Colle, di recente ha rotto gli indugi parlando di Governo al capolinea e voto in autunno. Del resto, il volatile Mario ci ha abituato, dietro all’apparente distacco, alle montagne russe ma sa bene che, tra una discesa ardita e una risalita, Macron vuol dire anche Enrico Letta. Senza contare l’interesse francese per le aziende pubbliche italiane a partire da Fincantieri messa, non a caso, sotto il cappello di Palazzo Chigi con un blitz che ha fatto infuriare tutti, dalla Meloni a Salvini, da Franceschini ad Orlando per finire con lo stesso Mattarella. Ecco un “Bignami” dei più recenti dilemmi amletici nella testa di Draghi: Putin, macellaio o Golia? Gas in rubli mai o forse sì? Armi sì o armi no? Guerra o ramoscello d’ulivo? Erdogan, dittatore o mediatore? Decreto balneari sì, no, forse. Pnrr da far partire o da rinviare? Nomine indipendenti o corsia preferenziale per quelle dei “compagni di merende” e di crociera, del duo Giavazzi e Funiciello? 5G, una realtà o una farsa?

Putin, macellaio o Golia? Gas in rubli mai o forse sì? Armi sì o armi no? Guerra o ramoscello d’ulivo? Erdogan, dittatore o mediatore? Decreto balneari sì, no, forse. Pnrr da far partire o da rinviare? Nomine indipendenti o corsia preferenziale per quelle dei “compagni di merende” e di crociera, del duo Giavazzi e Funiciello? 5G, una realtà o una farsa?

Ma vediamo anche alcuni dati, tanto cari al premier: dal suo insediamento a Palazzo Chigi, l’Italia si è indebitata per 500 milioni di euro al giorno. Lo spread, che Draghi aveva ereditato a circa 100 punti base, è schizzato a 190. Le maggiori spese pubbliche si sono accumulate nel 2021, terminato con una finanziaria “allegra” (e poi dicevano della Prima Repubblica… ) per il 2022, tutta proiettata sull’elezione mancata al Quirinale. Fallito miseramente l’obiettivo, SuperMario sta ora lavorando con il Mef, in gran segreto, non solo per una manovra correttiva per il 2022 ma anche per anticipare parte di quella del 2023: a Washington, poi, con la ministra del Tesoro Janet Yellen, sua sponsor e con la quale tuba come i due innamorati di Peynet sin dai tempi della Bce e della Federal Reserve, avrebbe anche accennato, a sentire i sussurri, all’ipotesi di un arrivo della Troika in Italia o di dover fare ricorso al Mes. Una prova che si stia andando in questa direzione è confermata dal fatto che Paolo Gentiloni, uno che non si muove mai a caso e che, attraverso Funiciello, monitora tutte le mosse del premier per potergli succedere a breve, voglia mettere a capo del Mes un suo uomo, l’economista Marco Buti. Draghi è consapevole che le strette monetarie delle banche centrali per far rientrare l’inflazione non saranno indolori per la crescita dell’economia, destinata a rallentare con conseguenti perdite di posti di lavoro. E sa anche che qualche responsabilità è pure sua, visto che proprio il suo «Whatever it takes» ha innescato, quasi dieci anni dopo, la corsa al rialzo dei prezzi; ma questo era uno dei suoi «rischi ragionati», come ama definirli.

Se la Bce alza i tassi, per i mercati il primo Paese in difficoltà è il nostro, dato il rapporto debito/Pil oltre il 150%, insostenibile in termini di oneri finanziari. Per non menzionare i disastri collegati all’immigrazione, con la terrificante crisi alimentare che affama le popolazioni più deboli dell’Africa, costringendole tra pochi mesi ad un esodo biblico verso il Mediterraneo.
Questo per quel che riguarda i grandi scenari. Scendendo poi nel particolare, si comprende che questo “governo dei migliori” fa acqua da tutte le parti. Un esempio per tutti, il Ministro dell’innovazione tecnologica e la transizione Vittorio Colao che, dopo aver “scippato”, si fa per dire, molte competenze al Ministero dello sviluppo economico di Giancarlo Giorgetti, ha “cannato” ben tre bandi per la digitalizzazione del Paese, l’ultimo dei quali per il 5G nelle cosiddette aree bianche. Sembra una quisquilia, ma significa non far connettere nove milioni di famiglie, da Portofino, ad esempio, alle grandi periferie delle principali metropoli italiane, fino ai borghi e alle isole minori. Bandi con errori strategici talmente gravi per effetto dei quali nessuna azienda si è nemmeno presentata, a partire dai suoi vecchi amici di Vodafone. Come potrà, ora, il Ministro Franco dare seguito alla garanzia Sace per Tim per 1 miliardo e 600 milioni di euro che faceva proprio riferimento, inter alia, oltre alle spese del personale, anche allo sviluppo del 5G? Se questo è il Governo dei migliori, allora sarebbe meglio tornare ai peggiori, almeno loro venivano eletti.