Nucleare. Agostini: Sì al pubblico-privato italiano per un’energia green

In Economia, Green by Eugenio Bernardo

Una relationship tra pubblico-privato per rilanciare un nucleare green targato Italia. E’ quanto si auspica Antonio Agostini, dirigente generale della Presidenza del Consiglio dei Ministri, presso Sna, direttore generale della ricerca pro-tempore presso il Miur ed ex numero uno dell’Agenzia del Demanio. L’alto dirigente offrire un punto di vista al dibattito sull’impegno a promuovere sorgenti di energia sostenibile per i grandi bisogni mondiali, nel cui contesto “il ricorso a soluzioni innovative basate su reazioni nucleari capici di produrre energia con caratteristiche particolarmente attraenti visto come una prospettiva realistica”.

“Questione esplosa purtroppo con ritardo pur trattandosi di necessità ampiamente prefigurate, volte a migliorare le condizioni ambientali senza rallentare la crescita economica. Ma anche per gli equilibri geopolitici messi in discussione dalla crescente tensione sugli approvvigionamenti di risorse energetiche”.

“In tali settori – sottolinea Agostini – l’Italia può contare su una bacino di personalità illustri, tendente ad assottigliarsi se non più curato. Con molti di loro si discute di come potenziare la ricerca di base, universitaria ed applicata, correggendo il silenzioso fenomeno di dispersione dei pregi a beneficio di interessi stranieri. Di come, orfani della lungimiranza del Cnen, ricreare un meccanismo, riferibile alla più alta Autorità di Governo, in grado di promuovere progetti che risolvano i bisogni del Paese. Della problematica di salvaguardare in Italia un grado di sussistenza dell’alta formazione in ingegneria, tecnica e impiantistica nucleare, almeno per partecipare alle ricerche internazionali. Di come pervenire in Italia ad un modello che pratichi una valutazione preventiva dei programmi proposti guardando all’Agence national de la recherche (Anr)”.

Uno dei temi che occupò l’attenzione, ricorda l’ex numero uno del Demanio, “fu il dossier del nucleare con il metodo della fusione a confinamento magnetico, che potrebbe consentire di disporre di grandi quantità di energia prodotto in modo sicuro, pulito, sostenibile e praticamente inesauribile. In tale cornice, da un lato si rafforza il contributo al programma internazionale Iter, incentrato sulla realizzazione di un reattore sperimentale per il raggiungimento di una reazione stabile di fusione”. Dall’altro -continua Agostini- “veniva avviato il programma Ignitor, ispirato dal professor Coppi, tra i massimi esperti mondiali nella fisica dei plasma presso il Mit, coadiuvato da un gruppo di scienziati e da una pregevole filiera industriale. Quest’ultimo non mancava di evidenziare che lo sfruttamento dell’energia nucleare, se paragonata a quella prodotta da reazioni chimiche si trova ancora allo stato infantile e che molteplici incomprensioni hanno indotto erronei convincimenti con base più ideologica che scientifica. Si dimentica persino che le nuove tecnologie generate da questi esperimenti trovano applicazione anche in altri campi, come l’industria della diagnostica medica”. “Ignitor premiava l’impegno di una tradizione italiana sorta agli inizia degli anni ’70, fondata su una rete di gruppi di ricerca sulla fisica sperimentale a Frascati, teorica a Milano e di ingegneria elettrotecnica a Padova. Interiorizzava il successo degli esperti condotti nell’impianto Nif a Livermore sulla fusione a confinamento inerziale; Alcator al Mit e Frascati Torus in Italia. Apprezzato da autorità internazionali, tra cui i fisici di Harvard Holdren; dal premio nobel Chu e dal russo Velikhov, Ignitor fu in primis oggetto di Intese internazionali tra Italia e Federazione Russa, e poi approvato dal Cipe come progetto bandiera nell’ambito del Programma nazionale della Ricerca 2010-2012. Si proponeva la realizzazione di una tecnologia rivoluzionaria ma di costi contenuti che guardava allo sviluppo dei reattori ibridi con l’impegno di materiali più desiderabili dell’uranio, quale ad esempio il torio, minimizzando la produzione di neutroni e abbattendo la quantità di materiali attivati. L’esperimento consentiva, altresì, di introdurre nuove soluzioni teconologiche utili allo sviluppo prototipale di piccole centrali elettriche a fusione e incardinava la sede di costruzione a Caorso”. Proiettato su un’ampia collaborazione internazionale, “tale progetto di eccellenza scontava forse il difetto di vedere l’Italia protagonista. Negli anni successivi questa promettente ‘via pubblica’ è stata abbandonata ritardando l’esplorazione di soluzioni innovative alla portata. Al contrario, nel dicembre 20-21, l’annuncio di Eni del successo dei test condotti negli Usa nell’impresa gemella Sparc, che pone le basi per una rivoluzione in campo energetico ed industriale, nei fatti comprova la valenza di Ignitor e dell’intuizione allora perseguita”. Dunque, conclude Antonio Agostini, “ci auguriamo che siano accese le luci sulle ricerche accademiche in una prospettiva di partenariato pubblico-privato”.