Il sogno come diserzione: Daria Deflorian attraversa “La vegetariana” di Han Kang al Teatro Vascello
C’è qualcosa di profondamente perturbante nel gesto di Yeong-hye, protagonista de La vegetariana della scrittrice sudcoreana Han Kang. Non perché scelga di smettere di mangiare carne, ma perché il suo rifiuto lentamente si allarga fino a investire l’intero ordine simbolico che la circonda: il matrimonio, la famiglia, il linguaggio, il corpo stesso. La sua è una diserzione dal mondo. E proprio questo nucleo misterioso e irriducibile viene portato in scena da Daria Deflorian al Teatro Vascello, in un adattamento firmato insieme a Francesca Marciano.
Deflorian torna così a confrontarsi con una materia narrativa ad altissima densità emotiva e filosofica, scegliendo di non “mettere in situazione” il romanzo in senso tradizionale, ma di attraversarlo per scene, visioni, frammenti. Il risultato è uno spettacolo che nella sua prima parte raggiunge momenti di autentica preziosità, salvo poi smarrirsi progressivamente in una rarefazione che sembra confondere l’essenzialità con la mancanza scenica.
L’impianto è quello di un set ubiquitario, quasi cinematograficoil linguaggio del cinema, come se ogni scena fosse il frammento di un film della mente. L’appartamento in cui si muovono i personaggi è spoglio, malmesso, impregnato di rumori tenui e presaghi. Un luogo che sembra attendere una catastrofe. Viene in mente Ultimo tango a Parigi di Bernardo Bertolucci e quella segreta casa in cui gli amanti si incontrano, come su di un’isola dedicata al prossimo scempio.
In questo paesaggio di decomposizione emotiva, le luci di Giulia Pastore sono tra gli elementi più riusciti dell’intero allestimento. Non si limitano a illuminare la scena, ma sembrano respirare insieme allo spazio creato da Daniele Spanò, sposandosi perfettamente con quell’habitat instabile, freddo e presago che avvolge i personaggi. Le variazioni luminose accompagnano il progressivo slittamento della realtà verso qualcosa di allucinato e vegetale.
La colonna sonora continua, quasi un tappeto organico, accompagna la trasformazione della protagonista. Yeong-hye ha fatto un sogno — sangue, foreste oscure, carne — e da quel momento il mondo smette di essere abitabile. Diventa vegetariana, poi smette progressivamente di appartenere alla specie umana, fino al ricovero psichiatrico. Ma ciò che Han Kang racconta non è mai la “follia” di una donna: è piuttosto la violenza della normalità che tenta di ricondurre ogni deviazione dentro il recinto dell’accettabile.
Il romanzo — e lo spettacolo con esso — parla infatti di ribellione. Non di etica alimentare. Yeong-hye rifiuta la carne come rifiuta il ruolo sociale, la sessualità rituale, il dominio famigliare, l’obbedienza. In filigrana emerge la presenza di Georges Bataille: contestare il Bene convenzionale, avvicinarsi al Male, significa tentare una forma estrema di libertà.
Han Kang costruisce questa discesa come un vorticoso fiume in piena, suddiviso in tre sezioni autonome e comunicanti, attraversate da paura, sopraffazione e poesia. La scena dei corpi dipinti con motivi floreali — preludio a un amplesso imposto che odora di violenza — possiede una forza allucinata.
Il sogno, qui, non serve a interpretare il reale. Non è uno strumento psicanalitico né simbolico né rivelatorio. Non serve e non è ancillare della realtà. È piuttosto un impero minaccioso ai margini della coscienza, pronto a dilagare nella vita diurna e colonizzarla. Alle radici del disturbo di Yeong-hye emerge un trauma famigliare: un padre violento, una crudeltà introiettata, una disciplina feroce che ha trasformato la protagonista in una moglie mite e ossequiosa. Ma il suo rifiuto sembra anche una risposta estrema alle costrizioni della società coreana contemporanea, rigidamente ancorata alle convenzioni.
Monica Piseddu è straordinaria nel dare corpo a questa creatura enigmatica. La sua Yeong-hye non è mai spiegabile: è uno schermo opaco sul quale gli altri personaggi proiettano paura, desiderio, controllo. Lavora per sottrazione, per assenza, e proprio per questo inquieta e seduce.
Molto efficace anche Gabriele Portoghese, presenza scenica limpida e magnetica; capace anche di aprirci alla possibilità di ridere dei gravi fatti della storia. Nella seconda parte dello spettacolo il suo personaggio viene però fatto restare in scena senza una vera forza drammaturgica, quasi ridotto a fiore ornamentale.
Ed è proprio nell’ultima sezione che lo spettacolo mostra le sue crepe più evidenti. La tensione scenica si dissolve progressivamente accompagnando la caduta — o forse la santificazione — della protagonista. Ma questa rarefazione produce un senso di sfinimento. La regia sembra affidarsi completamente alla forza del testo di Han Kang, come se bastasse la sua qualità letteraria a sostenere il dispositivo scenico.
In particolare la lunga e finale parte affidata alla stessa Deflorian appare schiacciata da una sovrabbondanza verbale che finisce per sommergere uno spettatore già provato. Non basta il dire. L’essenzialità sospesa della prima parte sembra cambiare in mancanza di attenzione nei confronti del tempo scenico — tema, ironicamente, continuamente evocato nello spettacolo stesso — e della capacità immaginifica del pubblico.
Così ciò che nella prima ora appariva prezioso, misterioso, sorprendente, nella seconda si svuota progressivamente di forza e il perturbante smette di perturbare.
Roberto Turchetta
