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QUANDO LA MASCHERA È PIÙ VERA DI CHI LA INDOSSA: LA STRAORDINARIA ESPERIENZA DI ELSINORE CARNIVAL

Area xx1 presenta il suo “ELSINORE CARNIVAL” dal 10 aprile 2026 fino a metà giugno, un’operazione di ricerca sull’Amleto attraverso un teatro immersivo e interattivo, cui la compagnia non è nuova, ma assolutamente unica in Italia, apprezzata infatti anche dalla giuria dell’Italian Shakespeare Festival – negli ultimi giorni questa ha decretato la vittoria dello spettacolo per rappresentare il Lazio in Italia.

L’esperienza attraversa la memoria, la fantasia, la diluizione della realtà, la ricerca della follia – che può manifestarsi in vari volti e variegate forme, ad esempio un programma di sala cestinato all’origine, come a dire che è già spazzatura, già superato, eppure si può recuperare perché magari voleva dire qualcosa di importante. E si viene invitati a indossare una maschera, per celebrare un ‘Carnevale’ riservato a pochi invitati alla volta, per molti ma non per tutti, una manifestazione che in genere prepara alla Quaresima, momento di raccoglimento sacrificio e immersione: le suggestioni, i semi ivi piantati in effetti potrebbero condurre ancora più in profondità lo spettatore, invitarlo a togliersi definitivamente la maschera scelta per ‘rinascere’ ed essere autentico in una Pasqua interiore, di crescita e maggiore affinità con la propria natura.

Queste maschere, più che nasconderle, rappresentano emozioni e identità, si mischiano e confondono il pubblico, non sai se sei osservatore o osservato, se siano più veri gli attori o chi li osserva, e tra guitti e attori sono più veri i primi, onde poi non subire un cambio di registro finale che ribalta questi punti di vista dando nuova dignità e carattere ai personaggi principali, cui viene concessa una fine alternativa, un riscatto dalla storia così come siamo abituati a ricordarla. La presenza così vissuta ridimensiona il punto di vista onnisciente del pubblico (come secondo la fisica quantistica l’osservatore modifica la realtà, in questo caso l’esperienza personale varia scegliendo su chi, cosa e dove porre proprio focus) e risulta assai stimolante per gli interpreti, che di volta in volta si possono  esibire manifestare ed esibire in scene personalizzate, non tutte le sere esattamente le stesse.

Lo spazio sito in Via Aquilonia a Roma, grazie al lavoro di una trentina di scenografi, evoca luoghi immaginativi più che reali: non a caso si scende sottoterra, in atmosfere kitsch e dark le sale reali diventano meandri della mente, fili dei ragionamenti, con cavi a vista, panni stesi che fungono da quinte (e che notoriamente, da vecchio adagio popolare, “si lavano in casa”), si viene invitati a giocare con le parole, a perdersi, ritrovarsi e confidarsi – le maschere nascondono egregiamente pure le lacrime -, si vede come la realtà è multiforme e mutante sotto occhi non più passivi come in uno spazio convenzionale ma per necessità costretti a muoversi a ritmi incalzanti, rincorrere o opportunamente sfuggire da sguardi malandrini e indagatori. Il tutto in questa sorta di magazzino abbandonato e realisticamente addobbato, con sale dai pavimenti lucidi che dietro l’angolo nascondono privé, tinelli, sontuose camere e perfino un piccolo cimitero. E ogni tanto quegli schermi, quei piccoli volti, quei manichini muti, a ricordare che siamo maschere e mere rappresentazioni di altro, ma pure a invitarci a un’autenticità che ormai non ci è più propria.

L’imperativo è quello di ricordare: chi siamo, da dove veniamo, dove siamo, dove vogliamo andare, chi vogliamo scegliere di seguire per essere, cosa siamo venuti a fare; ma anche chi è l’osservatore e chi l’osservato, lo spiato, il monitorato, in un meccanismo metateatrale assolutamente ben congeniato, in un continuum temporale che fa succedere tutto e niente allo stesso tempo, collettivamente e singolarmente compiendo una festa cui è un peccato non partecipare.

Lo spettacolo è vivamente consigliato, anche a più riprese visto che il cast è numeroso e variabile: in una sera si può fare esperienza, a detta di uno dei registi, di appena un quinto di quel che la compagnia offre, ed è un vero peccato non fruirne. Del resto in una vita quante esperienze ci lasciamo alle spalle? In questo il valore della scelta ha un peso immenso, che certo non può diventare alla fine una colpa e di cui non ci si può recriminare né flagellarsi, piuttosto godere di quanto vissuto e farne tesoro, lasciando che in un piccolo posto vicino al cuore e appena spiato dalla mente lo spirito possa nutrirsi del vero che emerge in chi è stato più sensibile e attento a cogliere le tante festose e drammatiche pillole lanciate in questa occasione magica. E “sarebbe bello poter riavere degli inviti”, avere l’opportunità di godere e rivivere in modo diverso – e nuovamente unico – questa kermesse, che è in fondo rappresentazione e metafora della realtà.

Il gioco di attrazione sul pubblico è continuo, è anche un gioco di specchi e di rimandi attraverso ripetizioni e riverberi: la riflessione è obbligatoria, insomma. In questo contesto i sogni sono più veri della realtà, e ci si offrono chicche quali “Il buffone pensa di essere saggio, mentre il saggio sa di non essere altro che un buffone”. L’esperimento è immersivo sì, ma pure sommersivo (ché a venirne troppo coinvolti si rischia di annaspare tra gli stimoli posti e ricevuti) e sovversivo (perché è dato luogo a una certa ribellione rivoluzionaria tra gli attori). Vi si esalta la frammentarietà come specchio della vita odierna, la visione personale, individuale e individualista quale mezzo per comprendere un mondo viscoso e inafferrabile. Ma anche come necessario mezzo speculativo per compiere al meglio un approccio altrimenti difficile e anacronistico con l’immortale tragedia shakespariana. Geniale in tal senso rendere preziosamente intimo, quasi ineffabile, l’interrogativo principe esistenziale che costituisce una delle prove d’attore più impegnative di sempre (affidiamola, questo Essere o non essere, al povero malcapitato di turno sullo scranno che è luogo eletto a metà tra una prova di maturità e una beffa da gogna).

L’esperienza artistica sensoriale, vitalizzante e totalizzante, che esplora anche col teatro dell’assurdo e le modalità precipue della Commedia dell’Arte la vita e la morte, si ispirata a varie opere di William Shakespeare e si avvale della collaborazione ai testi di Silvia Ferrante. Misterioso e onirico, “Elsinore Carnival” è un evento che esplora in modo pulsante le arti performative e sorprende per gli interrogativi che pone: per chi Amleto è lacerato dall’odio e dalla necessità di vendetta? Per chi Ofelia è intrappolata in una tragedia più grande di lei? Per chi la donna è pedina incastrata in un destino che la vuole già morta? Perché vale la pena affrontare la verità? Perché c’è più verità nella follia individuale(come anche ci hanno ripetuto più volte Pirandello e Dostoevskij) che nella saggezza condivisa?

In un simile contesto Polonio è un dottore, Ofelia una ragazza patologica affetta da doppia personalità, Gertrude una ninfomane, Amleto un insicuro, Claudio un narcisista senza speranze e via dicendo, ma a tutti è data una via di fuga, è concesso un decentramento – come agli spettatori: perché, come pronuncia il capo dei guitti, “il vecchio è rassicurante, ma il nuovo è dirompente”.

Dulcis in fundo, non resta che citare i crediti alla straordinaria macchina che muove il tutto, composta nel cast a rotazione da Sara Adami, Sandra Albanese, Anna Maria Avella, Antonio Bandiera, Chiara Barbagallo, Camilla Benvenuto, Marco Benvenuto, Dario Biancone, Vittorio Carotenuto, Leonardo Catania, Eny Cassia Corvo, Stefano De Majo, Santa De Santis, Eugenia Elifani, Alessandro Fabiani, Alessandro Giova, Grazia La Ferla, Alessandro Londei, Pietro Marone, Matteo Minno, Alessio Pedica, Malvina Ruggiano, Alfonso Strumolo, Desiree Tortorici, Ludovica Valentini, Massimiliano Viola, Francesca Visicaro, Marco Zordan, interpreti di gran livello cui si aggiungono gli ottimi, sensibili registi Riccardo Brunetti e Alessandro D’Ambrosi e l’aiuto regia di Anna Maria Avella, minuta energica e intensa.

Le indagini sono collettive e individuali al tempo stesso, si imperniano e vertono su verità scomode attraverso le parole del Bardo e varie suggestioni, come per esempio lampi di genio comici alla Stoppard e un coinvolgimento che nulla ha da invidiare a quella che in passato fu la peculiare forma del Globe. Assieme a interrogativi dal sapore di ‘sassolino-nella-scarpa’ si provano sensazioni in alcuni casi indefinibili, semplicemente perché mai provate prima. In scena ci sono degli sconosciuti, ma in realtà la maschera la indossiamo noi, che ci scopriamo sconosciuti a noi stessi e ci imbarazziamo un po’ se ci viene chiesto di toglierla in momenti di eccitante intimità. Ne usciamo non conoscendoli meglio, ma conoscendoci meglio. Ed è questa la rivoluzione del teatro, questo il suo senso e scopo ancestrale, quello di far prendere consapevolezza allo spettatore – in un atto quasi rituale, un incantesimo che di volta in volta si rinnova, risultato dell’interazione tra il sé e l’altro e di sperimentazione dell’altro come sé – di essere in grado, attraverso l’osservazione, di raggiungere una maggiore coscienza, di salire un gradino più su.

Grazie, Area xx1. Grazie, immenso Shakespeare.

Maria Raffella Pisanu