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Seta secondo Plovdiv: quando Baricco parla con il ritmo lento dell’Europa dell’Est

Al Teatro Brancaccio una rilettura bulgara di Alessandro Baricco tra videoproiezioni, simboli visivi e un amore impossibile che attraversa il tempo

Cosa accade quando uno dei romanzi italiani più amati degli ultimi decenni viene affidato alla sensibilità di una compagnia teatrale dell’Europa orientale? La risposta è arrivata al Teatro Brancaccio di Roma, dove il Teatro Drammatico di Plovdiv ha portato in scena Silk (Seta), adattamento del celebre romanzo di Alessandro Baricco firmato dal drammaturgo Alexander Sekulov e diretto da Diana Dobreva, tra le figure più autorevoli del teatro bulgaro contemporaneo.

Più che una semplice trasposizione, lo spettacolo appare come una reinterpretazione culturale.

Baricco resta riconoscibile, ma viene filtrato attraverso un linguaggio scenico che porta chiaramente il segno dell’Europa dell’Est: tempi dilatati, forte componente simbolica, attenzione alle immagini e una costruzione emotiva che procede per stratificazioni più che per accelerazioni narrative. La scenografia ideata da Mira Kalanova si sviluppa attraverso pannelli intagliati e un uso costante della videoproiezione curata da Petko Tanchev. Il bianco e nero domina gran parte della rappresentazione e diventa una scelta espressiva precisa.

Le immagini proiettate non fungono da semplice sfondo. Accompagnano il percorso emotivo del protagonista.

All’inizio compaiono fasci e strisce di seta, memoria visiva dell’origine della ricchezza e della produzione serica. Poi arrivano le farfalle nate dai bachi da seta e infine gli uccelli, simbolo evidente di libertà e trasformazione. Le proiezioni amplificano ciò che accade sulla scena e creano un movimento interiore parallelo alla narrazione.

L’apertura dello spettacolo sorprende chi conosce il romanzo.

Il protagonista appare già anziano, immerso nel proprio giardino zen in Francia. È una figura attraversata da ricordi, dialoghi interiori e presenze della memoria. La regia sceglie volutamente una partenza lenta, quasi contemplativa. Una lentezza che può spiazzare il pubblico contemporaneo ma che prepara il terreno alla dimensione nostalgica dell’intera opera.

Poi, improvvisamente, il passato prende vita. La scena si anima attraverso la danza della lavanda, un momento festoso che interrompe il raccoglimento iniziale e introduce il racconto degli anni giovanili.

È qui che il ritmo cambia.

I contadini sognano prosperità, lavorano, costruiscono il proprio futuro. Una delle intuizioni sceniche più efficaci riguarda proprio la rappresentazione della lavorazione della seta: gli attori si trasformano in ingranaggi viventi della filanda, dando corpo ai meccanismi della produzione industriale. Lo spettacolo suggerisce anche una riflessione sociale interessante.

Nella prima parte, dedicata al mondo rurale e ancora povero, dominano i colori. I costumi firmati da Marina Raychinova restituiscono vitalità e leggerezza. Con l’arrivo della ricchezza, invece, il colore scompare progressivamente.

I personaggi indossano completi neri. Come se il benessere economico avesse portato ordine, eleganza e prestigio, ma avesse sottratto qualcosa alla spontaneità originaria. Particolarmente significativa, in questo senso, la lunga scena ambientata nel bordello. Le donne appaiono come fiori viventi, ciascuna caratterizzata da colori e forme differenti, mentre gli uomini vestiti di nero giocano a fare i borghesi, leggono giornali, discutono di politica e mettono in scena i rituali della nuova classe sociale.

Una sequenza volutamente dilatata che divide inevitabilmente il pubblico: simbolicamente ricca, ma forse eccessivamente lunga nel suo sviluppo.

Il cuore emotivo dello spettacolo arriva però con i viaggi in Giappone.

La regia riesce a rendere concretamente la fatica dello spostamento in un’epoca in cui attraversare il mondo richiedeva mesi di viaggio. Lo spettatore percepisce la distanza, la stanchezza, l’ignoto. Ed è in quel contesto che nasce la passione impossibile per la misteriosa donna legata al signore giapponese.

Una presenza fatta più di silenzi che di parole, destinata a trasformare la vita del protagonista. È qui che il teatro bulgaro incontra perfettamente Baricco. Perché ciò che interessa davvero alla regia non è la vicenda sentimentale in sé, ma lo struggimento che essa produce. Il desiderio. L’attesa. La nostalgia di qualcosa che non può essere posseduto.

Nel finale emerge chiaramente la cifra di questa produzione del Teatro Drammatico di Plovdiv, il più antico teatro professionale della Bulgaria, fondato nel 1881 e oggi tra le istituzioni culturali più prestigiose del Paese. Lo spettacolo non cerca la velocità. Non cerca l’effetto immediato. Preferisce costruire lentamente uno stato emotivo.

Per il pubblico italiano, abituato a ritmi narrativi più serrati, alcuni passaggi possono apparire dilatati. Ma è proprio in questa lentezza che trova spazio la riflessione. E quando il sipario si chiude, resta soprattutto il senso di una passione impossibile che continua a vivere oltre il tempo, oltre il viaggio e oltre la memoria.

Forse è proprio questa la seta di Baricco vista da Plovdiv: un filo sottile che unisce desiderio e perdita, e che continua a tendersi anche quando la storia è ormai finita.

Stefano Varano